L’idea che dipendenti e pensionati “paghino per tutti” continua ad alimentare il dibattito pubblico, ma i dati delle dichiarazioni dei redditi 2024 raccontano una realtà più articolata. Secondo l’analisi della Cgia imprenditori e lavoratori autonomi versano in media 8.331 euro di Irpef, quasi il doppio rispetto ai lavoratori dipendenti, fermi a 4.215 euro, e più del doppio rispetto ai pensionati, che pagano mediamente 4.006 euro. Il divario è rilevante: le partite Iva versano circa il 98 per cento in più rispetto ai dipendenti e il 108 per cento in più rispetto ai pensionati. Una differenza che, secondo la Cgia, si spiega anche con redditi medi dichiarati più elevati da parte degli autonomi rispetto alle altre categorie di contribuenti.
In Italia i contribuenti Irpef sono 42,5 milioni. I lavoratori dipendenti sono 23,8 milioni, pari al 56 per cento del totale; i pensionati 14,5 milioni, il 34 per cento; mentre imprenditori e lavoratori autonomi sono 3,3 milioni, l’8 per cento. Sul gettito complessivo, pari a quasi 190 miliardi di euro, i dipendenti contribuiscono per 100,3 miliardi, i pensionati per 58,1 miliardi e le partite Iva per 27,4 miliardi.
Altre differenze
Disaggregando il dato, emergono ulteriori differenze. I lavoratori autonomi, in particolare i liberi professionisti, pagano mediamente 21.528 euro di Irpef pro capite. Gli imprenditori, tra artigiani, commercianti e piccoli imprenditori, versano in media 5.959 euro, mentre collaboratori familiari e soci di società di persone si attestano a 5.616 euro. Anche questi ultimi valori risultano superiori a quelli medi di dipendenti e pensionati. La Cgia sottolinea tuttavia che la lotta all’evasione e alla sotto-dichiarazione resta una priorità, anche tra gli autonomi. Ma, evidenzia l’associazione, questo non può oscurare il fatto che le partite Iva figurano tra i contribuenti maggiormente esposti al prelievo fiscale.
Il confronto territoriale conferma il peso dei redditi d’impresa. A livello nazionale, il reddito medio delle imprese in contabilità semplificata si attesta a 32.940 euro, superiore del 35,8 per cento rispetto al reddito da lavoro dipendente e del 47 per cento rispetto a quello da pensione. I divari più marcati si registrano nella Provincia autonoma di Trento, dove il reddito delle imprese in contabilità semplificata supera quello dei dipendenti del 65 per cento, seguita da Liguria con il 54,3 per cento e Friuli Venezia Giulia con il 52,6 per cento.
Provocazione
Nel documento emerge anche una provocazione: eliminare il sostituto d’imposta. Oggi il datore di lavoro trattiene alla fonte Irpef e contributi dei dipendenti, garantendo allo Stato un gettito certo e continuo. Secondo la Cgia, però, questo meccanismo rende il lavoratore dipendente meno consapevole del proprio carico fiscale effettivo, a differenza degli autonomi, che versano direttamente le imposte.
Un’eventuale abolizione del sostituto d’imposta uniformerebbe il momento dichiarativo e di versamento tra le diverse categorie, aumentando trasparenza e responsabilizzazione. Resta però il nodo operativo: una riforma di questo tipo comporterebbe maggiori oneri amministrativi per milioni di contribuenti e dovrebbe quindi essere accompagnata da semplificazioni e controlli efficaci.





