La decisione della Francia di astenersi sulla recente risoluzione delle Nazioni Unite dedicata alla tratta degli schiavi ha suscitato reazioni immediate, soprattutto da parte dei Paesi africani e dei movimenti che chiedono un riconoscimento più netto delle responsabilità storiche occidentali.
Parigi, tuttavia, difende la propria posizione, sostenendo che il testo approvato dall’Assemblea Generale rischi di introdurre una “gerarchia dei crimini” che, secondo il governo francese, potrebbe compromettere l’universalità dei principi su cui si fonda il diritto internazionale.
Fonti del Quai d’Orsay spiegano che la Francia non contesta la gravità della tratta transatlantica né la necessità di preservarne la memoria, ma ritiene problematico che una singola forma di schiavitù venga elevata a paradigma esclusivo, con il rischio di oscurare altre tragedie storiche e contemporanee.
La diplomazia francese sottolinea inoltre che il Paese ha già riconosciuto ufficialmente la tratta degli schiavi come crimine contro l’umanità nel 2001, e che l’astensione non rappresenta un passo indietro, bensì una richiesta di equilibrio nella formulazione delle risoluzioni ONU.
La scelta, tuttavia, non ha placato le critiche. Alcuni delegati africani hanno definito la posizione francese “deludente”, sostenendo che l’astensione rischia di indebolire gli sforzi globali per affrontare le conseguenze ancora vive della schiavitù. Anche diverse ONG hanno accusato Parigi di voler evitare un dibattito più diretto sulle responsabilità coloniali europee.
Il governo francese respinge queste interpretazioni e insiste sul fatto che la memoria storica debba essere preservata senza creare competizioni tra sofferenze. In un contesto internazionale già segnato da tensioni identitarie e dispute sulla narrazione del passato, la vicenda mostra quanto sia complesso trovare un linguaggio condiviso per affrontare le ferite più profonde della storia.





