Un’agenzia statunitense per i diritti umani ha intentato una causa contro il New York Times, accusando il quotidiano di aver discriminato un dipendente bianco escludendolo da una promozione in favore di candidati appartenenti a minoranze.
La denuncia, presentata presso un tribunale federale, sostiene che l’azienda avrebbe applicato criteri di avanzamento “basati sulla razza” in violazione delle leggi antidiscriminatorie, privilegiando politiche interne di diversità a scapito della parità di trattamento. Secondo l’agenzia, il dipendente — il cui nome non è stato reso pubblico — avrebbe maturato esperienza e risultati superiori rispetto ai colleghi promossi, ma sarebbe stato scartato per ragioni non legate al merito.
La causa afferma che dirigenti del giornale avrebbero espresso la volontà di “riflettere maggiormente la diversità della società americana” nelle posizioni di leadership, trasformando però un obiettivo legittimo in una pratica discriminatoria. Il New York Times ha respinto le accuse, dichiarando di adottare processi di selezione “equi e rigorosi” e di considerare la diversità un valore, non un criterio esclusivo.
L’azienda ha aggiunto che difenderà le proprie politiche in tribunale, sottolineando che le promozioni contestate sarebbero state assegnate sulla base di competenze e performance. Il caso arriva in un momento in cui negli Stati Uniti cresce il dibattito sulle politiche di inclusione nei luoghi di lavoro, soprattutto dopo la decisione della Corte Suprema che ha limitato l’uso delle considerazioni razziali nelle ammissioni universitarie.
La vicenda rischia di diventare un nuovo terreno di scontro tra chi denuncia un eccesso di “discriminazione inversa” e chi difende programmi di equità come strumenti necessari per correggere disparità storiche. Resta ora al tribunale stabilire se il quotidiano abbia oltrepassato il confine tra promozione della diversità e violazione delle tutele individuali.





