sabato, 4 Luglio, 2020
Società

Il tempo di San Bernardino, un Santo da riscoprire

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Nato a Massa Marittima. La sua voce fino agli Stati Uniti: una città e una Diocesi con il suo nome!
La Discussione ospita nel giorno della Festa di San Bernardino, patrono dei comunicatori e pubblicitari, un prezioso intervento del Vescovo di Massa Marittima e Piombino, Mons. Carlo Ciattini.

(Estratto da: UNA CONVERSAZIONE CON ALCUNI ECONOMISTI E DIRIGENTI DI AZIENDA.SAN BERNARDINO DA SIENA E LE QUESTIONI SOCIALI DEL SUO TEMPO: FAMIGLIA, EDUCAZIONE, ECONOMIA E POLITICA)

CHI ERA SAN BERNARDINO? Predicatore francescano e divulgatore del Nome Santo di Gesù Cristo, Bernardino nasce a Massa Marittima, in terra di Siena, l’8 settembre 1380, e muore all’Aquila il 20 maggio 1444. Rimasto orfano della madre (Nera degli Avveduti) all’età di tre anni, e del padre (Tollo degli Albizeschi) tre anni dopo, fu affidato alle cure di una zia materna. All’età di undici anni fu accolto da alcuni parenti del babbo che abitavano a 3 Siena, dove frequentò gli studi umanistici e di filosofia (1391-97) e poi, per altri tre anni, frequentò i corsi di Diritto Canonico presso l’Università di quella città. Durante la peste del 1400 trascorse quattro mesi assistendo gli appestati ricoverati presso l’Ospedale di Santa Maria della Scala, fino a quando non si ammalò lui stesso. Entrato nei frati minori all’età di 22 anni, fece la sua professione nel 1403 e fu ordinato sacerdote l’anno seguente. Nel 1405 fu chiamato al ministero della predicazione che esercitò fino alla morte. Fu canonizzato da papa Nicola V il 24 maggio 1450

L’ECONOMIA

Mons. Carlo Ciattini, Vescovo di Massa Piombino

Parlando di economia alla luce del Vangelo dobbiamo subito affrontare il termine proprietà. Quel “va, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo, poi vieni e seguimi” (Mc 10,21); come pure “È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco vada in Paradiso” (Mt 19,24); e ancora “Guai a voi ricchi” (Lc 6,24); e infine “E la moltitudine de’ credenti era un cuor solo e un’anima sola; né alcuno c’era che considerasse come suo quel che possedeva, ma avevan tutto in comune” (Atti 4,32) ci impongono di ricercare prima di tutto, in quanto all’economia, quello che san Bernardino predicava a proposito della proprietà. Riguardo alla proprietà il pensiero del senese segue pienamente gli insegnamenti della scolastica, per cui la proprietà privata è da considerarsi non di diritto naturale in senso stretto ma come una deduzione di esso avente la sua precisa formulazione nel diritto positivo. Da questa affermazione gli Scolastici e san Bernardino traevano il concetto – che d’altronde è comune a tutto il pensiero cristiano – della funzione e dell’uso sociale della proprietà. In particolare il nostro si rifà a al suo confratello Duns Scoto; già questi, infatti, aveva detto che il passaggio dal regime della proprietà comune a quello del dominio privato era una conseguenza della colpa originale, stabilendo così un rapporto tra la natura umana decaduta e la suddivisione della proprietà. I beni non devono rimanere in comune, la roba di tutti non è curata da nessuno, inoltre i più forti ed astuti arrafferebbero la massima parte dei beni e non potrebbero nemmeno venire puniti, e i buoni avrebbero la peggio; infine nascerebbero lotte tra coloro che agognano una stessa cosa. È bene, allora, che dopo il peccato di Adamo sia stato istituito l’attuale ordinamento della divisione dei beni “ut hoc dicatur meum et illud tuum”; tutti gli eretici medioevali che invocavano il ripristino della proprietà in comune erano in errore, a giudizio di san Bernardino, anche da un punto di vista strettamente storico, perché soltanto se fossero ricostituite le condizioni di grazia e di santità primordiali si sarebbe 10 potuto pensare a tornare a quel sistema, ma, sic stantibus rebus, è dannoso ogni attentato alla proprietà privata, pur riconoscendo che essa ha un fondamento soltanto giuridico, cioè derivante dalla legge naturale, ma dalla positiva. Ognuno viva il suo stato: il povero che vuole fare il ricco, la popolana che vuol vestire da signora, il magistrato che trascura la giustizia, lo studente che non studia, il mercante che non pensa ai suoi traffici, il prete e il frate che vogliono impicciarsi di governo o di mercatura, sono elementi di disordine sociale e candidati alla “casa calda” (l’inferno).

La piazza di Massa Marittima e il Duomo (foto di Milena Bartoli)

Resta il dovere della carità verso i poveri. L’uso delle ricchezze è assai impegnativo. Non ci sono scuse a chi dice che le ricchezze se le è acquistate con il proprio sudore. Dopo aver pensato al proprio sostentamento, a quello della propria famiglia, a mantenere quel decoro che la posizione sociale richiede – Bernardino lo chiama (decentia status) – rimane il dovere della carità. Tutti hanno da dare e da ricevere: “habes cor, habes affectum, habes cordis compassionem, teneritudinem mentis”.

Terribile piega di ieri come di oggi era ed è l’ annoso problema, come diceva Bernardino: “della maledetta voragine dell’usura, che è quella che disfà le case, le città, le provincie”, fatta da quegli uomini “che sbudellerebbero Cristo per fare corde da liuto e ruberebbero con l’alito”. Sintetizzando quanto Bernardino ebbe a dire in materia di economia e finanza possiamo affermare che il pensiero del nostro senese è quello di non stabilire campi di attività esenti da valutazioni etiche perché l’uomo è uno e uno è il suo destino; anche il commercio, quindi, rientra in  questa gerarchia di valori e per essere giustificato deve possedere una sua funzionalità morale, servire al bonum commune e al vantaggio della comunità. San Bernardino concepisce un ordinamento strutturale di tutte le cose in cui ognuna abbia un compito nella finalità complessiva, mentre ritiene illecito e pernicioso tutto ciò che proviene o produce l’utilitarismo, il bonum proprium, il particolare, o (che è poi la stessa cosa) ciò che trasforma in fini i mezzi.

Analizza, inoltre, con grande profondità la figura dell’imprenditore e ne difende il lavoro onesto. Fa notare, infatti, che il commercio può venire praticato in modo lecito o illecito, come tutte le altre occupazioni e non è necessariamente fonte di dannazione. Se onesto, un mercante fornisce servizi utilissimi a tutta la società: sopperisce alla scarsità di beni in una zona trasportandone da altre in cui sono abbondanti, custodisce beni limitando i danni di eventuali carestie, trasforma in prodotti lavorati le materie altrimenti grezze e inutili.

Per essere onesto, sostiene Bernardino, l’imprenditore dev’essere dotato di quattro grandi VIRTÙ: efficienza, responsabilità, laboriosità, assunzione del rischio. I guadagni che derivano ai pochi che hanno saputo attenersi a queste virtù sono la giusta ricompensa per il duro lavoro svolto, ed i rischi corsi. Per contro, condanna senza mezzi termini i nuovi ricchi, che invece di investire la ricchezza in nuove attività, preferiscono prestare a usura strangolando la società anziché farla crescere. Bernardino riteneva, 12 infatti, che la proprietà non “appartenesse all’uomo”, quanto piuttosto “fosse per l’uomo” come uno strumento per ottenere un miglioramento nell’insieme della società. Uno strumento proveniente da Dio che l’uomo doveva meritare, applicare e far fruttare.

LA POLITICA
Riguardo alla politica Bernardino propone principalmente tre punti:

  • l’appello all’unità degli animi;
  • l’appello alla giustizia nella condotta di governo;
  • l’appello alla pace come finalità dell’azione pubblica.

È carità unire, parzialità dividere. Bernardino ricorda spesso la diversità nell’unità del corpo umano. Parole di fuoco che non riporto sui pecoroni e i rincagnati che non fanno da pacieri, ma fomentano divisione e con spavalderia si dichiarano guelfi o ghibellini.

La predica di San Bernardino, Affresco Palazzo Arcivescovile di Massa Marittima. (ANNO 1992) Con l’approvazione del progetto da parte di S.S. GIOVANNI PAOLO II Talani esegue nel 1992 per la parete esterna del Palazzo Arcivescovile di Massa Marittima l’affresco LA PREDICA DI SAN BERNARDINO

Dipingendo il perfetto principe cristiano – prendendo idee e parole dal De regimine principum di Egidio Romano, e forse anche qualcosa dal De tyranno di Coluccio Salutati – il nostro santo afferma che il buon rector deve conformarsi all’ideale etico cristiano, temperare il rigore della giustizia con la dolcezza della misericordia, frenare l’iniquità, guardarsi dagli adulatori, non avere pietà per gli usurai e i bestemmiatori, perché il male è contagioso e, stroncandolo, si fa il bene della maggioranza. Ma soprattutto Bernardino chiedeva ai governanti di saper guidare se stessi: “considera te medesimo e mira come tu sei atto a maneggiare gli altri; sai tu reggiare te medesimo? Come ti sai governare? Male. Or, se non sai reggiare te, pensa che male saprai governare altrui”.
Il frutto del buon governo non può essere che la pace, e san Bernardino si diffonde a illustrarne i vantaggi. Predica la pace e facendo riferimento agli affreschi del Lorenzetti nel Palazzo Comunale sul buon governo sostiene che “in tempo di pace tutte le cose sembrano gridare la gioia. Le sementi sono confidate alla terra e le spighe maturano fino al momento del raccolto, le vigne fioriscono (…) Le arti abbelliscono la città e il pastore senza preoccupazione suona il suo strumento conducendo ai pascoli le sue pecore e i suoi buoi” . Questa pace però ha il suo solido fondamento nella carità, senza la carità non può esserci pace vera, e l’illusione della pace senza la carità finisce in un immane tragedia. Questa carità è, nel pensiero di Bernardino, la sola soluzione alla questione sociale: “È necessario che vi parli delle bestemmie dei poveri, allorché (…) essi vedono i loro figli torturati per il freddo, la fame, la sete e ciò per la crudele empietà e la dura mancanza di compassione di questi insensati? Apri le tue orecchie, o donna vestita di un abito con strascico, ascolta con attenzione, o spirito duro, sii attenta e considera, o anima sorda, e tu intenderai le voci di coloro che si lamentano e gridano vendetta al loro Dio” .

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