La Corte Costituzionale del Cile ha accolto la richiesta dell’opposizione di destituire Isabel Allende dalla carica di senatrice, accusandola di aver violato il divieto costituzionale di stipulare contratti con lo Stato. La decisione, legata alla controversa vendita della casa appartenuta al padre, Salvador Allende, ex presidente cileno, rappresenta un precedente storico. È infatti la prima volta che il massimo tribunale del Paese approva la destituzione di un membro del potere legislativo, con una votazione che ha visto otto giudici favorevoli e due contrari. La vicenda si inserisce in un clima di tensioni politiche che ha già portato alle dimissioni della ministra della Difesa nazionale cilena, Maya Fernández, nipote di Salvador Allende. Fernández aveva rinunciato al suo incarico a marzo, dopo le polemiche sul tentativo del governo di acquistare la casa del nonno per 933 milioni di pesos cileni (circa 8,5 milioni di euro), con l’obiettivo di trasformarla in un museo. In seguito alle critiche, il presidente Gabriel Boric ha deciso di sospendere l’acquisizione e, il 6 gennaio, ha richiesto le dimissioni della ministra della Proprietà Pubblica, Marcela Sandoval. Isabel Allende, scrittrice cilena naturalizzata statunitense e storica figura del Partito Socialista, ha incarnato per oltre tre decenni un simbolo dell’eredità politica del padre e dei valori progressisti. Nel corso della sua lunga carriera parlamentare, ha ricoperto ruoli di grande prestigio, tra cui la presidenza della Camera dei Deputati e del Senato, affermandosi come una leader influente e carismatica della sinistra cilena. Tuttavia, la recente sentenza della Corte Costituzionale ha profondamente scosso il centrosinistra del Paese, generando un impatto politico significativo e alimentando il dibattito sulla stabilità delle istituzioni democratiche cilene.