L’Ocse rivede al rialzo le prospettive dell’Italia e porta allo 0,9% la crescita attesa per il 2026, quattro decimi in più rispetto a quanto indicato a giugno. Un passo avanti dopo il +0,5% del 2025, mentre per il prossimo anno l’organizzazione di Parigi non cambia le carte in tavola e conferma un aumento del Pil dello 0,6%. La correzione inserisce l’Italia nel gruppo delle economie dell’Eurozona che hanno ricevuto una revisione positiva per quest’anno: la Germania sale all’1,1%, quattro decimi in più, mentre la Spagna raggiunge il 2,6%, anche in questo caso con un ritocco di quattro decimi. Peggiora invece la previsione per la Francia, ferma allo 0,4%, tre decimi sotto la stima di giugno.
Il miglioramento delle prospettive italiane arriva però dentro uno scenario che resta fragile. L’economia mondiale ha perso velocità nella prima parte dell’anno e deve fare i conti con il nuovo aumento dei prezzi dell’energia, le tensioni in Medio Oriente, i cambiamenti nelle politiche commerciali e tassi di interesse più elevati. Il Pil globale dovrebbe comunque crescere del 2,9% nel 2026, per poi salire al 3% nel 2027. Nell’Eurozona l’incremento è previsto all’1% in entrambi gli anni, mentre gli Stati Uniti dovrebbero segnare +2,2% quest’anno e +2,1% il prossimo. La Cina rallenta dal 4,5 al 4,2%.
Per l’Italia il rovescio della medaglia è l’inflazione. Dopo l’1,6% del 2025, l’Ocse prevede un’accelerazione al 3% quest’anno, prima di una discesa al 2,6% nel 2027. Proprio la previsione per il prossimo anno è stata ritoccata verso l’alto di quattro decimi rispetto a giugno. L’inflazione di fondo, che esclude energia e generi alimentari, dovrebbe invece restare all’1,9% nel 2026 e attestarsi al 2% l’anno successivo. C’è poi una questione che tocca direttamente le famiglie. In Italia, come in Giappone e Sudafrica, le retribuzioni reali sono ancora pari o inferiori ai livelli precedenti alla pandemia. Un dato che assume un peso maggiore in una fase nella quale il rialzo dell’energia e dei carburanti torna a comprimere il potere d’acquisto.
La frenata mondiale
È fuori dai confini italiani che si concentrano le maggiori incognite. Il ritmo della crescita mondiale si è moderato nel primo semestre del 2026, scendendo a un tasso annualizzato del 2,6%, contro il 3,6% della seconda metà del 2025. Molte economie hanno tuttavia resistito meglio del previsto alle conseguenze del conflitto in Medio Oriente. Le scorte petrolifere, l’aumento delle forniture da produttori esterni all’area del Golfo e gli interventi pubblici hanno contribuito a limitare l’impatto dello shock. Ora il quadro torna a complicarsi.
Le interruzioni della produzione e delle esportazioni nei Paesi del Golfo hanno riportato verso l’alto i prezzi dell’energia. A questo si aggiungono le tensioni sulla navigazione nello stretto di Bab el-Mandeb. In Europa le scorte di gas, rispetto alla capacità complessiva, sono scese al livello più basso registrato in questo periodo dell’anno da oltre quindici anni. Anche petrolio e carburanti restano su valori ampiamente superiori a quelli di un anno fa.
Secondo l’Ocse, questi fattori potrebbero farsi sentire fino alla fine del 2026 e nei primi mesi del 2027. Lo shock sulle materie prime si sta infatti dimostrando più persistente del previsto, mentre si riducono progressivamente i margini garantiti dalle scorte e dai risparmi accumulati dalle famiglie. Il risultato è una pressione sulla crescita dovuta all’erosione del potere d’acquisto e all’aumento dei tassi di interesse.
La spinta dell’IA
A fare da contrappeso è soprattutto il boom delle attività legate all’intelligenza artificiale. Gli investimenti nel settore hanno sostenuto produzione e scambi commerciali, con effetti particolarmente visibili nelle economie più esposte alle tecnologie avanzate. In molte aree del G20, secondo l’Ocse, questa spinta continuerà a compensare almeno in parte la debolezza degli investimenti negli altri comparti e potrà contribuire alla graduale ripresa prevista nel corso del 2027.
Resta infine il fronte del commercio internazionale. I continui cambiamenti nelle politiche sui dazi e il crescente ricorso alle restrizioni alle esportazioni di prodotti strategici mantengono elevata l’incertezza. Negli Stati Uniti l’aliquota effettiva stimata dei dazi sulle importazioni è salita dal 9,6% di giugno al 10,9% a metà settembre. Un altro elemento di pressione in uno scenario nel quale l’Italia vede migliorare le proprie prospettive per il 2026, ma resta esposta alle conseguenze di una congiuntura internazionale ancora segnata da shock energetici, tensioni geopolitiche e nuove barriere commerciali.





