Emma Bonino se n’è andata pochi giorni fa, a settantotto anni. E con lei si chiude idealmente una stagione lunga più di mezzo secolo della vita civile italiana. Alla notizia della sua morte, provato al momento per la grave perdita del grande valore umano che ha sempre rappresentato, ho immediatamente aperto il libro della sua Storia per ripercorrerla. Chi scrive non ha condiviso tutte le battaglie politiche che Bonino ha combattuto, né tutte le posizioni che ha sostenuto nel corso di una carriera vissuta sempre in prima linea.
Ma c’è una distinzione che vale la pena fare, tra le idee politiche di una persona e il valore del metodo con cui ha scelto di stare in questo mondo. Ed è su questo secondo piano, quello del metodo e non del merito, che Emma Bonino merita di essere ricordata da chiunque, a prescindere da dove si collochi sullo scacchiere ideologico.
Bonino cominciò la sua militanza nei primi anni Settanta accanto a Marco Pannella, nel Partito Radicale, in una stagione in cui l’Italia doveva ancora misurarsi con domande che oggi diamo per scontate: il diritto di sciogliere un matrimonio, quello di interrompere una gravidanza, la libertà di obiettare in coscienza.
Furono battaglie condotte con strumenti non convenzionali, il referendum abrogativo, la disobbedienza civile, lo sciopero della fame e pagate anche di persona: nel 1975 Bonino si autodenunciò per aver praticato un aborto clandestino, scegliendo di esporsi legalmente pur di portare la questione nelle aule dei tribunali e nell’opinione pubblica. Non è un dettaglio da poco: è la differenza tra chi predica un principio e chi lo mette in gioco sulla propria pelle.
Quello che a mio parere resta, al netto delle appartenenze politiche, è proprio questo: l’idea che i diritti fondamentali della persona non siano merce di scambio tra fazioni di destra o di sinistra. Bonino ha portato lo stesso metodo ben oltre i confini nazionali.
Con l’associazione “Nessuno tocchi Caino” ha guidato per anni la campagna internazionale contro la pena di morte, culminata nel 2007 nella risoluzione delle Nazioni Unite che invitava gli Stati a sospendere le esecuzioni capitali.
Ha promosso mobilitazioni contro le mutilazioni genitali femminili, si è schierata pubblicamente contro le leggi anti-omosessuali più dure e ha tenuto accesa l’attenzione sulla condizione delle donne afgane con la campagna “Un fiore per le donne di Kabul”, già nel 1997, quando l’Afghanistan sotto i talebani era lontano dai radar della politica italiana. In ognuno di questi casi il filo conduttore era lo stesso: i diritti umani non sono un lusso occidentale da esportare quando conviene, ma una misura universale da applicare sempre, anche quando è scomodo farlo.
È questo, credo, il lascito che dovrebbe appartenere a tutti noi, indipendentemente dalle idee politiche di ciascuno: la convinzione che esista una soglia di dignità della persona che nessuna maggioranza, nessuna ragion di Stato e nessuna convenienza politica dovrebbero poter calpestare. Si può non essere d’accordo con Bonino sull’europeismo, sul nucleare, sulle politiche migratorie, sul fine vita.
Ma la coerenza con cui ha difeso il principio, prima ancora del merito delle singole cause, resta un valore che trascende lo schieramento politico: la libertà della persona non si negozia, e chi la difende, anche stando in minoranza per decenni, rende un servizio a tutti. In un tempo in cui il dibattito pubblico si è ridotto sempre più spesso a uno scontro di tifoserie, in cui l’avversario politico diventa nemico da annientare piuttosto che interlocutore da confutare, la lezione di Emma Bonino è forse più preziosa proprio per chi non condivide le sue battaglie: si può stare su fronti opposti e riconoscere comunque, nell’altro, la serietà di chi ha creduto fino in fondo nei valori della Persona in una Società evolutiva pagandone il prezzo. È un esercizio di maturità civile che dovremmo tutti recuperare.





