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Una donna ucraina vota sotto controllo russo durante i referendum farsa del 2022 nei territori occupati

Russia, elezioni senza scelta e osservatori per certificarle

mercoledì, 16 Settembre 2026
4 minuti di lettura

Le elezioni, nei regimi autoritari, non sono necessariamente un fastidio da evitare. Possono diventare, al contrario, uno strumento utile. Si organizzano i seggi, si stampano le schede, si convocano gli elettori e si invitano osservatori stranieri disposti a testimoniare che tutto si è svolto regolarmente. La rappresentazione esteriore della democrazia rimane intatta; ciò che scompare, molto prima dell’apertura delle urne, è la possibilità reale di scegliere.

Le elezioni per la Duma

È questo il punto da tenere presente davanti alle elezioni per il rinnovo della Duma di Stato, previste dal 18 al 20 settembre. Il Cremlino ha escluso dal processo di osservazione l’OSCE, che da decenni monitora le consultazioni elettorali nello spazio europeo secondo metodologie consolidate. Al suo posto arriveranno delegazioni e “osservatori internazionali” invitati attraverso organismi graditi a Mosca.

Tra questi ci sarà anche Angelo d’Orsi. Lo storico, già professore ordinario di Storia del pensiero politico all’Università di Torino, sarà in Russia dal 16 al 23 settembre come “osservatore internazionale”. A invitarlo è stata la IAPEE, International Association of Political and Electoral Experts.

D’Orsi ha spiegato che potrà entrare liberamente nei seggi e vedere con i propri occhi come si svolgeranno le operazioni. Ma osservare un’elezione non significa soltanto guardare un’urna, assistere allo spoglio e verificare che le schede vengano contate correttamente. Una consultazione democratica comincia molto prima: dalla possibilità di costituire partiti, candidarsi, fare campagna elettorale, criticare il governo e competere senza rischiare repressioni.

Si può avere un seggio perfettamente ordinato all’interno di un sistema nel quale la competizione politica è stata eliminata a monte.

Chi ha invitato il professore

È quindi utile capire chi abbia invitato il professore italiano. La IAPEE è un’organizzazione giovanissima. È stata costituita a Mosca il 14 e 15 aprile 2026, appena cinque mesi prima delle elezioni, durante una conferenza al National Centre “Russia” con oltre 150 delegati provenienti da una sessantina di Paesi.

Sergej Lavrov aveva accusato l’Occidente di praticare un “neocolonialismo elettorale”. Ella Pamfilova, presidente della Commissione elettorale centrale russa, aveva invece auspicato di ritrovare molti dei partecipanti come osservatori alle elezioni di settembre.

L’organismo nasce dunque a Mosca pochi mesi prima del voto, alla presenza dei vertici del sistema elettorale che i suoi osservatori saranno chiamati a valutare.

Presidente della IAPEE è stato eletto l’italiano Vito Grittani, indicato dal ministero degli Esteri dell’Abkhazia (ndr: entità separatista georgiana non riconosciuta come Stato dall’Italia e dalla quasi totalità della comunità internazionale) come proprio Ambassador-at-Large. Grittani aveva già partecipato nel settembre 2022, alla guida di una delegazione italiana, all’“osservazione” dei cosiddetti referendum organizzati nei territori ucraini occupati dalla Russia, consultazioni che precedettero l’annuncio dell’annessione di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson e che furono respinte come illegittime dalla comunità internazionale.

L’assenza dell’OSCE

Il profilo dell’organizzazione non è dunque un dettaglio. Ancora più significativa è l’assenza dell’OSCE. Non ha deciso di boicottare la Russia: è stata Mosca a non invitarla. L’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani dell’OSCE e l’Assemblea parlamentare hanno denunciato la decisione, ricordando gli impegni assunti dagli Stati partecipanti con il Documento di Copenaghen del 1990.

Il paradosso è evidente: resta fuori l’organismo internazionale che da decenni applica metodologie consolidate di osservazione elettorale; entra una nuova associazione fondata a Mosca cinque mesi prima del voto.

Il ruolo di d’Orsi

È in questo contesto che d’Orsi si appresta a “osservare”. Potrà entrare nei seggi, vedere le urne e assistere allo spoglio. Ma una delle informazioni più importanti è già nota prima che venga depositata la prima scheda: la Corte suprema russa ha escluso dalle elezioni Yabloko, l’unico partito legalmente registrato che si oppone apertamente alla guerra di aggressione russa contro l’Ucraina.

Di questa esclusione non resterà traccia nell’urna che l’osservatore internazionale potrà scrupolosamente ispezionare.

C’è poi il paragone proposto da d’Orsi con l’Ucraina. Secondo il professore, “in Russia, a differenza dell’Ucraina, si tengono ancora le elezioni”. La frase è efficace, ma omette la ragione per cui Kyiv non vota. In Ucraina le elezioni nazionali non possono svolgersi mentre è in vigore la legge marziale. E la legge marziale non è stata introdotta per impedire agli ucraini di andare alle urne: è in vigore perché il Paese è sottoposto dal febbraio 2022 a una guerra di aggressione su vasta scala da parte della Federazione Russa. Si può discutere di come e quando l’Ucraina dovrà tornare alle urne. Ma presentare l’assenza delle elezioni ucraine come prova di una minore democraticità rispetto alla Russia significa cancellarne la causa.

Il paradosso diventa ancora più evidente considerando che Mosca ha stabilito che il voto per la Duma si svolgerà anche nei territori ucraini occupati di Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia e Kherson, che la Federazione Russa considera unilateralmente propri. La Russia viene dunque indicata come esempio perché vota durante la guerra mentre estende quelle stesse elezioni ai territori sottratti militarmente al Paese al quale si rimprovera di non poter votare proprio a causa della guerra.

Il problema, naturalmente, non è impedire ad Angelo d’Orsi di andare in Russia. Ha ogni diritto di andarci, osservare e raccontare ciò che vede. Il problema nasce quando una posizione politica già definita viene rivestita dell’apparente neutralità dell’“osservatore internazionale”.

Ed è qui che una parola utilizzata dallo stesso d’Orsi assume un significato particolare: “certificare”.

Gli osservatori internazionali, secondo la sua formulazione, sarebbero chiamati a “certificare” la regolarità e la correttezza delle elezioni. Ma un osservatore dovrebbe prima osservare, verificare e raccogliere elementi, e soltanto dopo formulare una valutazione. Se la missione viene presentata fin dall’inizio come destinata a “certificare” la regolarità del voto, il rischio è che la conclusione preceda l’osservazione.

Una democrazia non è tale perché possiede urne, schede e commissioni di seggio. Anche i regimi autoritari votano. La differenza sta nella possibilità reale di scegliere.

È questo che dovrebbe interessare un osservatore internazionale: non soltanto se la scheda viene inserita correttamente nell’urna, ma chi può comparire su quella scheda; non soltanto se i voti vengono contati, ma chi ha potuto chiederli.

Ed è questo che rischia di scomparire nella rappresentazione degli “osservatori internazionali” convocati a Mosca: si potrà controllare accuratamente come votano i cittadini russi, dopo avere evitato di chiedersi chi sia stato autorizzato a farsi votare.

Le urne possono anche essere trasparenti. È tutto ciò che viene deciso prima di aprirle a esserlo molto meno.

Renato Caputo

Renato Caputo

Docente universitario di “Diritto Internazionale e normative sulla sicurezza (IUS/13)” nell’ambito del Master universitario di Secondo Livello in Scienze Informative per la Sicurezza presso l’Università degli Studi eCampus di Novedrate (CO)

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