Un filmato di pochi secondi, registrato quasi vent’anni fa durante una riunione familiare, è bastato per riportare al centro dell’attenzione pubblica il primo ministro delle Samoa, Laaulialemalietoa Leuatea Schmidt. Nel video, recentemente diffuso dai media locali, il futuro capo del governo appare mentre invita i presenti a compiere un saluto associato alla Germania nazista, pronunciando anche una nota espressione del regime hitleriano.
La pubblicazione delle immagini ha immediatamente suscitato polemiche e costretto il premier a intervenire pubblicamente. Schmidt ha riconosciuto che il gesto e le parole utilizzate erano inappropriati e potenzialmente offensivi, precisando però che il filmato risale al 2007 ed era stato registrato durante un incontro privato senza alcuna intenzione di diffusione pubblica.
Nella sua dichiarazione, il primo ministro ha preso nettamente le distanze da qualsiasi forma di estremismo politico, razzismo e antisemitismo, sottolineando di non condividere in alcun modo l’ideologia nazista. Le sue scuse mirano a contenere una controversia che rischia di mettere in ombra il suo operato alla guida del piccolo Stato insulare del Pacifico.
La vicenda assume contorni particolarmente delicati anche per il contesto storico del Paese. Le Samoa furono infatti una colonia tedesca agli inizi del Novecento, prima che il controllo dell’arcipelago terminasse durante la Prima guerra mondiale. Schmidt stesso possiede origini sia samoane sia tedesche, elemento che ha ulteriormente alimentato il dibattito sulle immagini riemerse dal passato.
L’episodio appare inoltre in contrasto con alcune prese di posizione espresse dal leader negli ultimi anni. Dopo il suo insediamento come primo ministro, avvenuto nel 2025, Schmidt aveva mostrato apertamente simpatia nei confronti di Israele, arrivando a indossare uno scialle della tradizione ebraica durante la cerimonia di giuramento e dichiarando pubblicamente il sostegno delle Samoa allo Stato israeliano. La diffusione di contenuti risalenti a molti anni prima solleva nuovamente una questione sempre più frequente nella politica contemporanea: fino a che punto comportamenti del passato debbano influenzare il giudizio sull’operato presente di un leader.





