La Romania è entrata in una fase critica della sua estate energetica. Giovedì, la società statale Nuclearelectrica ha avviato la disconnessione del suo unico reattore nucleare operativo, dopo che i livelli del Danubio hanno raggiunto nuovi minimi storici. È la seconda chiusura in poche settimane: alla fine di luglio, la siccità aveva già costretto l’azienda a spegnere l’altro reattore da 706 megawatt della centrale di Cernavoda, che da sola garantisce circa un quinto dell’elettricità nazionale. Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza energetica per tutto agosto, invitando famiglie e imprese a ridurre volontariamente i consumi nelle ore serali. Per compensare la perdita di produzione nucleare, il Ministero dell’Energia ha attivato una centrale a lignite da 330 megawatt e ha annunciato un maggiore ricorso a eolico e idroelettrico, compatibilmente con la disponibilità d’acqua nei bacini.
Le temperature leggermente più fresche hanno attenuato la domanda di energia nelle ore di punta, ma la situazione resta fragile. “La rete elettrica nazionale ha una capacità transfrontaliera di circa 4.000 megawatt per consentire le importazioni”, ha spiegato il ministero, sottolineando che gli operatori europei stanno coordinando gli interventi per garantire la sicurezza dell’approvvigionamento in una crisi che coinvolge l’intera regione danubiana.
Il governo ha predisposto anche un sistema di interruzioni graduali per i consumatori industriali, da applicare con preavviso se necessario. La chiusura del reattore è arrivata nonostante misure straordinarie: detonazioni controllate per rimuovere ostacoli rocciosi, dragaggi del letto del fiume e perfino l’affondamento di chiatte cariche di pietre per deviare il flusso d’acqua verso la centrale.





