Il 7 dicembre 1941, mentre l’attacco giapponese devastava Pearl Harbor, Freeman Johnson — oggi 106 anni, il più anziano sopravvissuto ancora in vita — si trovava sottocoperta sulla USS St. Louis, intento a riparare una caldaia.
Non vide gli aerei nemici, non udì gli spari dei cannoni antiaerei che abbatterono un aerosilurante: era chiuso “dentro un tamburo del vapore”, come racconta con la sua voce roca, incapace di percepire il caos che infuriava sopra di lui. Quando risalì sul ponte, l’incrociatore leggero aveva già evitato i mini‑sommergibili e lasciato il porto in sicurezza.
Johnson vive oggi a Centerville, Massachusetts, circondato da fotografie, ricordi di bordo e la sua vecchia dog tag, che conserva come un talismano. All’epoca era un giovane fuochista di 19 anni, arruolatosi per evitare la leva nell’Esercito: “Non volevo camminare dalla Francia alla Germania con uno zaino e un fucile da quattro chili”, racconta ridendo.
La Marina gli sembrava la scelta più “pratica”. Per decenni ha parlato poco della sua esperienza, convinto di essere solo uno dei tanti marinai presenti quel giorno. Ma con la morte degli ultimi veterani Johnson è diventato una figura simbolica: uno degli ultimi 11 sopravvissuti di un attacco che costò la vita a oltre 2.400 militari e spinse gli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale. La sua notorietà è cresciuta quasi per caso, quando la figlia Diane ha smentito un servizio televisivo che lo dava per morto.
Da allora Johnson è diventato una celebrità locale: arriva alle cerimonie in limousine, riceve lettere da tutto il mondo, guida la parata di San Patrizio a Cape Cod e viene accolto ovunque come un eroe. Vive con la figlia, che lo accompagna ogni 7 dicembre alle commemorazioni di Pearl Harbor. È convinta che suo padre abbia “la responsabilità di raccontare”, soprattutto ai giovani.


