Il mercato del greggio ha vissuto una giornata di scosse improvvise: il West Texas Intermediate è sceso sotto la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, chiudendo a 98,26 dollari, mentre il Brent è scivolato a 105,02. Un tonfo superiore al 5%, innescato dalle parole del presidente Donald Trump, che ha dichiarato che i negoziati con l’Iran sarebbero entrati nelle “fasi finali”.
Un annuncio che ha colto gli operatori nel pieno di settimane segnate da tensioni militari, blocchi navali e timori di un conflitto più ampio. Trump, che nei giorni scorsi aveva sospeso nuovi attacchi su richiesta degli alleati del Golfo, continua a oscillare tra aperture diplomatiche e minacce di escalation. Ogni suo intervento pubblico si riflette immediatamente sui mercati, già nervosi per la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran e per il blocco dei porti iraniani imposto da Washington.
Hormuz, arteria vitale per il petrolio mondiale, è diventato il barometro della crisi. Gli analisti di Citibank avvertono che il mercato sta sottovalutando il rischio di una paralisi prolungata delle forniture: in uno scenario di tensione crescente, il Brent potrebbe impennarsi fino a 120 dollari.
Wood Mackenzie spinge oltre: se Hormuz restasse chiuso fino a fine anno, i prezzi potrebbero avvicinarsi ai 200 dollari al barile, un livello che riporterebbe l’economia globale ai timori delle grandi crisi energetiche del passato. Ma lo stesso istituto delinea anche l’opposto: un accordo rapido tra Stati Uniti e Iran potrebbe far crollare i prezzi, riportando il Brent verso gli 80 dollari entro il 2026. Il mercato, sospeso tra guerra e diplomazia, sembra ora muoversi al ritmo delle dichiarazioni della Casa Bianca, in un equilibrio fragile che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro.





