La lotta alle liste d’attesa è diventata il nuovo mantra della politica sanitaria. Obiettivo condivisibile, se significa garantire ai cittadini visite ed esami in tempi più rapidi. Ma dietro i risultati rivendicati da molte Regioni, secondo la Federazione Cimo Fesmed si nasconde una realtà ben diversa: medici sempre più sotto pressione, tempi delle visite compressi e strumenti utili al sistema pubblico ostacolati invece che valorizzati.
Le indicazioni dei territori
Le segnalazioni raccolte dal sindacato in diverse aree del Paese raccontano infatti di un’organizzazione che, pur di aumentare il numero delle prestazioni, rischia di trasformare i professionisti in “cronometristi della sanità”.
A Trento e in alcune Aziende umbre, denuncia la Federazione, si starebbero riducendo i tempi dedicati a visite e procedure, comprimendo gli spazi necessari per garantire appropriatezza, sicurezza delle cure e riduzione degli errori. “Qualcuno pensa che una visita valga quanto un pit stop in Formula 1”, osserva il sindacato.
Intramoenia da preservare
Nel mirino torna poi l’intramoenia, da anni indicata come una delle cause delle liste d’attesa. Una lettura che Cimo Fesmed respinge con forza, ricordando come l’attività libero-professionale rappresenti spesso uno dei pochi strumenti capaci di recuperare prestazioni che altrimenti finirebbero completamente nel privato. Ai medici, inoltre, spetta soltanto una quota della tariffa pagata dal paziente, mentre una parte rilevante confluisce anche nei fondi aziendali destinati proprio all’abbattimento delle liste d’attesa.
Autonomia professionale e vincoli
Le criticità, secondo il sindacato, emergono in modo evidente in diverse Regioni. In Sicilia il rapporto tra attività istituzionale e intramoenia viene calcolato considerando soltanto le prestazioni ambulatoriali e non l’attività complessiva, creando di fatto un vincolo burocratico che limita l’autonomia professionale dei medici e ostacola uno strumento utile a ridurre le attese.
I costi sui cittadini
Al Galliera di Genova, invece, sarebbe stata ipotizzata l’attribuzione ai costi dell’intramoenia di una quota dell’indennità di esclusività, nonostante quest’ultima sia già finanziata dallo Stato e non abbia legami con la libera professione. Una “partita di giro”, la definisce Cimo Fesmed che rischia di scaricare ulteriori costi sui cittadini.
Rispettare le norme
In Umbria è stata bloccata l’Alpi allargata, cioè l’attività svolta negli studi esterni convenzionati, con conseguenti disagi anche per pazienti che avevano già prenotato le prestazioni. Eppure, ricorda il sindacato, esiste già una norma regionale che consentirebbe alle Aziende di offrire visite in intramoenia a tariffe calmierate ai cittadini che non riescono ad accedere nei tempi previsti al Servizio sanitario nazionale.
Procedure e carenze
Problemi analoghi emergono anche in Trentino, dove i 700mila euro stanziati per consentire ai pazienti di effettuare prestazioni in intramoenia pagando soltanto il ticket restano frenati da procedure amministrative complesse e dalla carenza di personale infermieristico.
No ad ospedali catene di montaggio
“Va benissimo cercare in tutti i modi di abbattere le liste d’attesa, ma non può diventare una gara a chi visita più pazienti nel minor tempo possibile, sacrificando sicurezza delle cure e autonomia professionale” evidenzia Guido Quici, presidente della Federazione Cimo Fesmed, “L’ospedale non è una catena di montaggio e i pazienti non sono pratiche da smaltire.
Invece di demonizzare l’intramoenia, sarebbe più utile utilizzarla bene, perché può rappresentare parte della soluzione e non il problema. Finché non si interverrà su appropriatezza delle richieste, rafforzamento della sanità territoriale e aumento del personale negli ospedali, nessuna guerra alle liste d’attesa potrà davvero dirsi vinta”.





