Il fenomeno dello spopolamento è ormai strutturale. Secondo i dati Istat oltre il 70% dei comuni italiani ha meno di 5.000 abitanti e molti di questi registrano da anni un saldo negativo tra nascite e migrazioni. Le cosiddette aree interne continuano a perdere popolazione, soprattutto tra i più giovani, attratti da città e contesti dove il lavoro è più accessibile. Inevitabilmente, intere aree vedono ridursi servizi essenziali come ospedali, scuole, trasporti e, quindi, partire diventa spesso una necessità, mentre restare smette di essere la normalità. Il restare è una posizione che espone a una serie di limiti concreti, conseguenza delle più scarse opportunità di lavoro, minori possibilità di scelta, maggiore distanza dai centri decisionali. Come osserva l’antropologo Vito Teti in Favole di pane, abitare un luogo oggi significa confrontarsi con una tensione continua tra memoria e trasformazione.
Tra scelta e necessità
Non tutti restano per le stesse ragioni. C’è chi decide di farlo provando a costruire un progetto di vita nel proprio territorio, investendo su relazioni, attività locali, nuove forme di lavoro e chi, semplicemente, resta perché non può partire, perché farlo richiederebbe risorse economiche e reti sociali, possibilità che non tutti hanno. In entrambi i casi, però, restare implica una negoziazione continua con ciò che manca. La questione più concreta resta quella del lavoro. Nei piccoli centri le opportunità sono spesso limitate e discontinue e questo costringe chi resta ad adattarsi, a costruire percorsi non lineari, a combinare attività diverse. Il risultato è una condizione in cui il tempo e il lavoro si intrecciano in modo più incerto. Non si tratta solo di guadagnare meno, ma di avere meno margine di scelta e questo incide anche sul modo in cui si può immaginare il futuro.
Le mani di chi costruisce. Testimonianze dal “margine”
Ma chi sono questi giovani? Non sono spettatori del proprio declino, ma costruttori di percorsi non lineari. Nel Rione Sanità di Napoli, ad esempio, un gruppo di giovani ha deciso che restare significava letteralmente “scavare“. Attraverso la Cooperativa “La Paranza” hanno restituito alla comunità le Catacombe di San Gennaro e San Gaudioso, luoghi abbandonati al degrado e alla polvere, trasformati in uno dei poli culturali più visitati della città. Non hanno chiesto il permesso, hanno ripulito le pietre, creato una rete di accoglienza e generato decine di posti di lavoro in un quartiere dove l’unica alternativa sembrava l’emigrazione o l’illegalità. La loro “restanza” ha dimostrato che il patrimonio non è un peso inerte, ma una risorsa viva se affidata alle mani di chi quel luogo lo ama e lo abita. Hanno trasformato il “margine” in un centro, provando che la bellezza è l’unica vera cura contro l’oblio.
Anche la storia di Alberto, giovane apicoltore che ha deciso di tornare nel borgo dei nonni in provincia di Como rappresenta un altro esempio di restanza costruttiva. “Restare qui non è un ripiego”, racconta Alberto, “è un investimento emotivo e politico, la città ti dà servizi, ma il ‘margine’ ti dà la possibilità di inventare qualcosa che prima non c’era. Qui la mia assenza farebbe rumore, la mia presenza fa la differenza“. Alberto ha scelto una negoziazione con l’assenza, ha trasformato il vuoto dei servizi in uno spazio di creatività sociale, dove il lavoro si intreccia con la cura del territorio.
Il rischio dell’invisibilità
Il restare è difficile da raccontare. Si descrive e si racconta una continuità fatta di piccoli gesti quotidiani, di serrande alzate nonostante tutto, di relazioni che non si perdono, ma proprio questa mancanza di “spettacolarità” rischia di rendere invisibile una parte vitale della sopravvivenza dei territori. Se scompare il tessuto sociale di chi abita i margini i luoghi non si svuotano solo di persone, ma di significato, diventando gusci vuoti per turisti o musei a cielo aperto
Restare in un mondo che spinge a muoversi
Il contesto contemporaneo va nella direzione opposta. Essere flessibili, mobili e lo spostamento sono valori sempre più centrali. Muoversi è spesso percepito come crescita, restare come un limite, ma restare non significa non cambiare, significa cambiare nello stesso luogo, trovare forme di adattamento dentro condizioni più ristrette. E’ solo una trasformazione meno visibile, ma non meno complessa. Teti nel suo libro ci ricorda che il pane non è solo cibo, ma un linguaggio che connette l’uomo alla terra. “Il pane si fa con la memoria“, scrive l’antropologo, suggerendo che chi resta non sta semplicemente occupando uno spazio, ma sta “impastando” il futuro con i resti del passato.
Ripensare il restare
Il punto allora non è contrapporre chi parte a chi resta, è riconoscere che il restare oggi è diventato qualcosa che va guardato e analizzato con attenzione, perché riflette disuguaglianze, opportunità e condizioni materiali. Restare significa ancora abitare, costruire, trasmettere e dentro questo equilibrio fragile, in cui memoria e trasformazione convivono senza mai risolversi del tutto, il restare non è solo nostalgia, ma una forma silenziosa di resistenza resilienza.
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