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Lavoro nero, 2,6 milioni di irregolari: Calabria, Campania e Sicilia in testa

L’analisi della Cgia: economia sommersa oltre 77 miliardi, picchi tra lavoro domestico e agricoltura
domenica, 7 Giugno 2026
3 minuti di lettura

Il lavoro nero resta una delle fratture più profonde dell’economia italiana. Secondo un’analisi dell’Ufficio studi della Cgia su dati Istat riferiti al 2023, il valore generato dall’economia sommersa supera i 77 miliardi di euro all’anno. Una massa di ricchezza prodotta fuori dalle regole, con effetti pesanti sul fisco, sui contributi previdenziali, sulla sicurezza e sulla concorrenza tra imprese. Il fenomeno conserva una forte concentrazione nel Mezzogiorno, dove si produce il 35,7% del valore aggiunto irregolare nazionale. In termini assoluti si tratta di 27,5 miliardi di euro, contro i 19,4 miliardi del Nordovest, i 16,5 del Centro e i 13,7 del Nordest. Anche la distribuzione degli occupati conferma lo squilibrio territoriale: su 2,6 milioni di lavoratori irregolari stimati in Italia, 979.500 si trovano nel Sud, pari al 37,5% del totale.

La Calabria è la regione con la maggiore propensione al lavoro nero. L’incidenza del valore aggiunto irregolare sul totale regionale raggiunge l’8,3%, più del doppio rispetto alla media nazionale del 4%. Seguono la Campania con il 7%, la Sicilia con il 6,4% e la Puglia con il 6,3%. La stessa geografia emerge dal tasso di irregolarità degli occupati: in Calabria il dato arriva al 17,9%, in Campania al 14,4%, in Sicilia al 14%, contro una media italiana del 10%.

Centro-Nord

Il lavoro sommerso, però, non è più soltanto una questione meridionale. La Cgia segnala una presenza rilevante anche nel Centro-Nord, dove il fenomeno si insinua in settori ad alta intensità di manodopera e in comparti caratterizzati da rapporti fragili, discontinui o difficili da controllare. Nel Nordovest gli irregolari sono 634.000, nel Centro 572.300, nel Nordest 422.800. Il primato settoriale spetta al lavoro domestico. Nelle attività di famiglie come datori di lavoro, che includono colf e badanti, si concentra il numero più alto di irregolari: poco più di 615.000 persone. Il tasso di irregolarità raggiunge il 48,8%, quasi un lavoratore su due. Seguono l’agricoltura, con 196.100 irregolari e un’incidenza del 20,8%, le attività artistiche e di intrattenimento, con 225.300 lavoratori non regolari e un tasso del 20,3%, e il comparto alloggio e ristorazione, con 261.200 irregolari e un’incidenza del 14,4%.

Il lavoro nero si intreccia spesso con forme più gravi di sfruttamento. Il caporalato resta una delle manifestazioni più estreme, ma il fenomeno ha ormai superato i confini tradizionali dell’agricoltura e dell’edilizia. Oggi riguarda anche il tessile, la logistica, i servizi di consegna e l’assistenza domiciliare. A pagarne il prezzo sono soprattutto le persone più vulnerabili: migranti, donne, lavoratori in condizione di povertà o con status giuridico precario.

In campagna

Nelle campagne lo sfruttamento trova terreno fertile in alcuni fattori strutturali: uso massiccio di manodopera per brevi periodi, isolamento dei luoghi di lavoro, servizi di trasporto e alloggio inadeguati, presenza di insediamenti informali e fragilità dei lavoratori stranieri. Aree come l’Agro Pontino, l’Agro nocerino-sarnese, Villa Literno, la Capitanata e la Piana di Gioia Tauro restano tra i territori più esposti, ma casi di sfruttamento sono stati scoperti da anni anche nelle aree agricole del Nord, in Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Il quadro si complica con l’evoluzione delle forme di controllo della manodopera. Accanto al caporalato tradizionale cresce il cosiddetto caporalato digitale, nel quale piattaforme, software e algoritmi organizzano, valutano e condizionano l’accesso dei lavoratori al mercato. Un modello che riguarda in particolare i rider e alcune attività della logistica, dove il potere di intermediazione non passa più solo da una figura fisica, ma da sistemi digitali capaci di determinare tempi, ritmi e opportunità di lavoro. L’eccidio avvenuto nei giorni scorsi ad Amendolara, in provincia di Cosenza, viene indicato come un episodio quasi certamente riconducibile allo sfruttamento e a pratiche schiavistiche in ambito agricolo. Una vicenda che riaccende l’attenzione sul ruolo di pseudo-imprenditori e organizzazioni criminali, spesso capaci di approfittare della condizione irregolare dei migranti per imporre salari bassi, assenza di contratti e condizioni di vita degradanti.

Ma il problema non si esaurisce nei comportamenti criminali. Secondo l’analisi, il mercato agroalimentare continua spesso a scaricare la pressione sui piccoli produttori. Il potere contrattuale di pochi grandi committenti comprime i margini degli agricoltori, che per restare competitivi finiscono talvolta per ridurre il costo del lavoro, alimentando il circuito dello sfruttamento.

Cosa fare

L’Italia ha recepito la direttiva europea contro le pratiche commerciali sleali nella filiera agroalimentare e introdotto limiti alle vendite sottocosto. Ma resta aperto il tema dei conferimenti dei soci alle cooperative e alle organizzazioni di produttori, esclusi dal campo di applicazione della norma nazionale. Per questo, oltre a una correzione legislativa, servono più controlli, investimenti nei trasporti e soluzioni abitative temporanee capaci di garantire condizioni dignitose ai lavoratori stagionali.

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