Il governo britannico ha presentato una nuova riforma sull’immigrazione che prevede la creazione di un’agenzia di espulsione modellata sull’ICE statunitense, con l’obiettivo dichiarato di accelerare i rimpatri e ridurre gli arrivi irregolari. La proposta, illustrata dal ministro dell’Interno, rappresenta uno dei pilastri della strategia di Downing Street per mostrare fermezza sul tema migratorio in un momento di forte pressione politica.
Secondo il piano, la nuova struttura avrebbe poteri ampliati per individuare, detenere e rimpatriare i migranti privi di status legale, con una catena di comando più snella e un coordinamento diretto con le forze di polizia e le autorità di frontiera. Il governo sostiene che l’attuale sistema sia troppo lento e frammentato, e che un’agenzia dedicata permetterebbe di “ripristinare il controllo” sulle frontiere. Le critiche non si sono fatte attendere. Organizzazioni per i diritti umani e parte dell’opposizione denunciano il rischio di abusi, ricordando le controversie che da anni circondano l’ICE negli Stati Uniti. Temono che la riforma possa portare a detenzioni prolungate, deportazioni accelerate e un clima di intimidazione nelle comunità migranti. Alcuni giuristi avvertono inoltre che il nuovo assetto potrebbe entrare in conflitto con gli obblighi internazionali del Regno Unito in materia di asilo.
Il governo difende la riforma come “necessaria e proporzionata”, sottolineando che il numero di arrivi irregolari via canale della Manica continua a mettere sotto pressione il sistema di accoglienza. La nuova agenzia si inserisce in un pacchetto più ampio che include accordi bilaterali per i rimpatri e misure per scoraggiare i trafficanti. Per Londra, è un tentativo di mostrare determinazione su un tema che domina il dibattito pubblico. Per i critici, è un passo verso un modello di enforcement più duro e meno garantista.



