Il mondo del jazz piange Cassandra Wilson, due volte vincitrice del Grammy e figura centrale della vocalità afroamericana degli ultimi quarant’anni. La cantante è morta mercoledì all’età di 70 anni, “serenamente, circondata da famiglia e amici”, ha detto il suo manager Robert Torre. Nessuna causa del decesso è stata resa nota.
Nata a Jackson, Mississippi, il 4 dicembre 1955, Wilson era cresciuta in una casa dove la musica era un linguaggio quotidiano: il padre, Herman B. Fowlkes, era chitarrista jazz; la madre insegnante.
A sei anni suonava il pianoforte, a dodici la chitarra, e da adolescente già si esibiva professionalmente. Dopo una laurea in comunicazione a Jackson State University, negli anni ’80 si trasferì a New York, dove la sua carriera prese slancio. Fu lì che co-fondò, insieme al sassofonista Steve Coleman, il collettivo M‑Base, laboratorio creativo che ridefinì il jazz attraverso ritmi ciclici, strutture non convenzionali e una libertà improvvisativa radicale.
“Ho imparato a smontare la musica e ad ascoltare i ritmi come segnali,” raccontò a Time nel 2001. Il suo primo album solista, ‘Point of View’ (1986), mostrava già la sua capacità di fondere standard, composizioni originali e reinterpretazioni audaci. La svolta arrivò nel 1992 con ‘Blue Light ’til Dawn’, il suo debutto per Blue Note Records: un disco acustico, essenziale, che mescolava brani originali a versioni di Van Morrison, Joni Mitchell e Ann Peebles.
Il successivo ‘New Moon Daughter’ (1995), che le valse il primo Grammy, consolidò la sua poetica: atmosfere blues, folk, jazz e reinterpretazioni di Neil Young, U2, Hank Williams e persino i Monkees. Con la sua morte, il jazz perde una delle sue interpreti più visionarie. Ma la sua eredità — fatta di libertà, contaminazione e coraggio — continuerà a risuonare.



