Lo storico accordo petrolifero annunciato dal presidente Donald Trump la scorsa settimana porta con sé una figura tanto influente quanto controversa: Alejandro Betancourt, imprenditore venezuelano da anni al centro di indagini internazionali per presunto riciclaggio di denaro. L’intesa garantirà alla Casa Bianca il controllo di maggioranza su 65 miliardi di barili, circa il 20% delle riserve del Venezuela, mentre gli Stati Uniti affrontano un calo delle proprie scorte a causa del conflitto in Medio Oriente. La società di Betancourt, la North American Blue Energy Partners (NABEP), otterrà accesso a 17 giacimenti, concessioni centenarie e persino il supporto dell’esercito americano.
Secondo fonti governative, il magnate — 46 anni — avrebbe avuto un ruolo decisivo nell’operazione che ha portato alla rimozione di Nicolás Maduro, culminata nella missione “Absolute Resolve” del 3 gennaio. Il passato di Betancourt, però, è ingombrante. Nel 2016, un’inchiesta da 1,2 miliardi di dollari sul riciclaggio coinvolse suo cugino Francisco Convit; nel 2019, dopo indiscrezioni che lo indicavano come co‑cospiratore, Betancourt assunse Rudy Giuliani, che sostenne la sua estraneità ai fatti. Le autorità svizzere hanno riesumato il caso quest’anno, portando a una perquisizione del suo castello da 30 milioni di dollari vicino Madrid. Solo a maggio, dopo pressioni americane, gli sono stati restituiti i passaporti e concesso un visto multiplo per gli Stati Uniti, necessario per finalizzare l’accordo petrolifero.
Sul fronte politico, Betancourt ha tessuto relazioni con figure chiave dell’opposizione venezuelana, da Juan Guaidó a Mauricio Claver‑Carone, e ha persino consegnato una lettera a Mosca chiedendo di interrompere il sostegno a Maduro. Nato nel 1980 in una famiglia influente — il bisnonno fu presidente ad interim del Venezuela — Betancourt ha costruito un impero che spazia dal petrolio agli occhiali da sole Hawkers, fino alle licenze taxi per Uber.





