Gli Stati Uniti sono tornati a colpire direttamente l’Iran dopo un mese di pausa, riaprendo uno dei fronti più pericolosi del conflitto. Due persone sono morte e diverse sono rimaste ferite nei raid americani contro l’isola di Larak, nello Stretto di Hormuz. La rappresaglia di Teheran è arrivata poche ore dopo, con missili e droni lanciati contro due basi che ospitano forze statunitensi in Giordania. L’esercito di Amman ha annunciato di avere abbattuto otto missili penetrati nel proprio spazio aereo. Il Centcom ha confermato di aver colpito due siti sull’isola iraniana, spiegando che l’operazione era diretta contro unità dei Guardiani della Rivoluzione sorprese mentre preparavano razzi carichi di mine navali. Si sarebbe trattato, secondo Washington, di “un’azione limitata e precisa” contro una “minaccia imminente” alla navigazione nello Stretto di Hormuz.
Il governatore della vicina Qeshm, Hossein Amir Teymouri, ha però riferito che nel bombardamento “due persone sono cadute martiri e molte altre sono rimaste ferite”, senza precisare se le vittime fossero militari o civili. Teheran respinge completamente la versione americana. Una fonte militare citata da Tasnim ha definito “pura fantasia” l’accusa secondo cui l’Iran stesse preparando nuove mine, sostenendo che lo scontro “non ha nulla a che vedere con la posa” degli ordigni.
La rappresaglia in Giordania
I Pasdaran hanno rivendicato un attacco congiunto di missili e droni contro le basi di Al Azraq e Re Hussein, in Giordania, affermando di aver provocato “gravi danni”. Non sono però arrivate conferme indipendenti. Una fonte americana citata da Fox News ha assicurato che “quasi tutti” i missili sono stati intercettati e che non risultano impatti significativi. Gli Emirati Arabi Uniti hanno inoltre denunciato l’ingresso nelle proprie acque territoriali di un drone proveniente dall’Iran, neutralizzato dall’aeronautica, definendo l’episodio “una pericolosa escalation”. La nuova fiammata si inserisce nella battaglia per il controllo dello Stretto di Hormuz. I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato che una superpetroliera sarebbe stata immobilizzata e avrebbe preso fuoco dopo aver urtato due mine mentre percorreva una rotta definita “illegale”. Nessuna informazione è stata fornita su vittime o danni. Le autorità iraniane hanno inoltre sequestrato un’altra nave accusata di avere sversato in mare petrolio e residui industriali.
Pezeshkian apre ancora al dialogo
Nonostante gli attacchi, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito che Teheran non intende chiudere la porta alla diplomazia. “Non stiamo cercando la guerra, ma non rimarremo mai calmi di fronte a qualsiasi aggressione”, ha dichiarato, avvertendo che l’instabilità regionale “non è nell’interesse di nessun Paese”. A margine del vertice della Shanghai Cooperation Organisation in Kirghizistan, Pezeshkian ha poi detto al premier indiano Narendra Modi che l’Iran continua a cercare “una soluzione negoziata” con Washington e che il protrarsi della guerra non conviene a nessuno. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha invece accusato Benjamin Netanyahu di aver trascinato gli Stati Uniti nel conflitto “per conto di Israele”, definendo il premier israeliano un “serpente”.
Ue, avanti con la diplomazia
Anche l’Unione europea chiede nuovi sforzi diplomatici, ma conferma il sostegno alla strategia di pressione su Teheran. In una dichiarazione diffusa in occasione delle riunioni del G20, la Commissione ha ribadito le richieste all’Iran di frenare il programma nucleare e quello missilistico balistico, interrompere le attività considerate destabilizzanti nella regione e cessare il sostegno militare alla Russia nella guerra contro l’Ucraina. Bruxelles ha inoltre richiamato la repressione interna e ha ricordato di avere già adottato un ampio pacchetto di sanzioni, dichiarandosi pronta a ulteriori misure se necessario.
Parallelamente, l’Ue ha insistito sulla necessità di mantenere aperto il canale diplomatico per arrivare a un accordo di pace, ripristinare la stabilità regionale e garantire la libertà di navigazione e il transito sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz. In questo quadro Bruxelles ha accolto con favore anche l’operazione americana “Economic Outcast”, considerandola uno strumento per aumentare la pressione economica sull’Iran e spingerlo a negoziare “in buona fede”. La Commissione ha infine assicurato che continuerà a coordinarsi con Stati Uniti, G7 e altri partner internazionali, cercando di tenere insieme deterrenza economica e de-escalation.





