Il lago Powell, secondo bacino artificiale più grande degli Stati Uniti e pilastro dell’approvvigionamento idrico ed energetico dell’Ovest, ha raggiunto il livello più basso mai registrato, segnando un nuovo capitolo nella crisi del fiume Colorado, già devastato da oltre vent’anni di siccità e consumi eccessivi. Sabato il livello dell’acqua è sceso a 3519,91 piedi, superando il precedente record negativo del 2023. Ora mancano meno di 30 piedi al punto in cui la diga di Glen Canyon non potrà più generare energia idroelettrica. Il crollo del Powell arriva a pochi giorni dal nuovo minimo storico del lago Mead, il più grande bacino artificiale del paese.
Insieme, i due laghi rappresentano quasi il 60% dell’acqua immagazzinata nell’intero sistema del Colorado: la loro crisi è il simbolo di un fiume che si sta ritirando sotto la pressione del clima che cambia e di un consumo idrico fuori scala. Il Colorado, alimentato dallo scioglimento delle nevi delle Montagne Rocciose, sostiene 40 milioni di persone e irriga 5 milioni di acri agricoli in sette stati.
Dal 2000 il suo volume si è ridotto di circa il 20%, mentre gli inverni sempre più caldi e secchi hanno compromesso la capacità dei bacini di ricaricarsi. Il lago Powell, nato nel 1963 e riempito in 17 anni, è sempre stato considerato una “riserva strategica” per affrontare gli anni di magra. Ma oggi la scarsità di neve e le temperature record hanno impedito la risalita stagionale del livello, lasciando le celebri “bathtub rings”, gli anelli bianchi sulle rocce, come cicatrici della crisi.
La preoccupazione più urgente riguarda la produzione di energia: le otto turbine della diga alimentano quasi 500.000 famiglie in Colorado, Utah, Wyoming, Nuovo Messico, Arizona, Nevada e Nebraska. Se il livello scenderà sotto i 1.062 metri, la produzione si fermerà. E lo scenario peggiore — il “dead pool”, a 1.032 metri — impedirebbe all’acqua di fluire a valle.





