Un viaggio in Israele ha acceso una scintilla che Dinesh D’Souza non si aspettava. Lo scrittore e regista, noto per i suoi saggi politici, racconta che quel primo contatto diretto con la Terra Santa lo ha spinto verso una ricerca lunga tre anni nell’archeologia biblica, un campo che — sostiene — “supporta in modo sorprendente la storicità della Bibbia”.
Il risultato è ‘The Stones Cry Out’, in uscita il 13 ottobre, un libro che raccoglie decine di scoperte archeologiche legate a figure, luoghi ed eventi dell’Antico e del Nuovo Testamento. D’Souza, che vive in Texas, spiega che alcune delle scoperte più sorprendenti riguardano personaggi minori, citati appena in poche righe della Bibbia, ma confermati da ritrovamenti archeologici. “Gli scettici sono critici da poltrona”, afferma. “Il problema è che l’archeologia sta riportando alla luce reperti che confutano le loro affermazioni”. Uno degli esempi più noti è la Pietra di Pilato, scoperta nel 1961 a Cesarea Marittima: un’iscrizione che identifica Ponzio Pilato come “prefetto della Giudea”, esattamente il titolo attribuito dai Vangeli. “Non solo conferma la sua esistenza”, dice D’Souza, “ma dimostra che gli autori biblici erano accurati”.
Un altro caso riguarda Balaam, figlio di Beor, il veggente citato nel Libro dei Numeri. Nel 1967, a Deir ‘Alla, in Giordania, gli archeologi trovarono un’iscrizione su intonaco che menzionava proprio un “Balaam, figlio di Beor”. Tra gli esempi più “sconcertanti”, lo scrittore cita il ritrovamento dell’ossario di Giuseppe bar Caifa, il sommo sacerdote che presiedette al processo di Gesù. Dentro la scatola, gli archeologi trovarono le ossa di un uomo di circa 60 anni, datate al I secolo d.C. “Non solo un nome, ma le sue ossa. Una conferma straordinaria”, afferma.
D’Souza descrive il suo libro come un tentativo di “colmare il divario tra mondo accademico e pubblico”. E invita i cristiani a visitare Israele, “la nostra patria spirituale”, per comprendere meglio i luoghi della Bibbia.





