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Gambino: “Kiev va sostenuta, ma serve una strategia per la pace”

Gambino: “Kiev va sostenuta, ma serve una strategia per la pace”

L’Eurodeputato di Fratelli d’Italia e Vicepresidente della Commissione Affari esteri: “Più responsabilità europea sulla sicurezza, difesa comune e Nato centrale”
domenica, 20 Settembre 2026
6 minuti di lettura

Armi a Kiev, negoziato con Mosca, difesa comune e ruolo della Nato. Alberico Gambino, Eurodeputato di Fratelli d’Italia e Vicepresidente della Commissione Affari esteri del Parlamento europeo, mette in fila le priorità di un’Europa chiamata a scegliere quanto peso avere nel nuovo equilibrio internazionale. Per Gambino il sostegno all’Ucraina deve continuare, ma non può ridursi alla sola dimensione militare. Servono una strategia politica, un’iniziativa diplomatica più forte e condizioni credibili per arrivare a una pace “giusta e duratura”, senza lasciare Kiev in una posizione di debolezza. Poi allarga lo sguardo al Mediterraneo, ai Balcani occidentali e alla protezione delle infrastrutture strategiche. Il filo che lega tutte le risposte è la richiesta di un’Europa più capace di decidere e di agire, ma senza contrapporsi agli Stati Uniti e senza mettere in discussione la centralità della Nato.

Onorevole Gambino, partiamo dall’Ucraina: dopo oltre quattro anni di guerra, ritiene che l’Europa debba continuare a sostenere Kiev anche attraverso l’invio di armi oppure è arrivato il momento di modificare la strategia?

“Il sostegno all’Ucraina deve continuare, ma deve essere accompagnato da una strategia politica chiara: arrivare a una pace giusta, duratura e fondata sul diritto internazionale. Interrompere oggi gli aiuti significherebbe permettere a Putin di imporre con la forza le proprie condizioni e accettare un principio estremamente pericoloso: che un’aggressione militare possa cancellare la sovranità di uno Stato e modificarne i confini.

Dobbiamo anche essere profondamente grati al popolo ucraino per il sacrificio che sta sostenendo e per il coraggio con cui resiste da oltre quattro anni. Gli ucraini non stanno difendendo soltanto il proprio Paese: la loro resistenza tutela la sicurezza dell’intera Europa e i principi di libertà, indipendenza e autodeterminazione sui quali si fonda il nostro continente.

Al tempo stesso, il sostegno militare non può rappresentare da solo una strategia politica: deve procedere insieme all’iniziativa diplomatica, alla pressione economica e alla costruzione di condizioni credibili per un negoziato”.

Lei in passato ha sostenuto che le armi inviate all’Ucraina dovessero avere una funzione esclusivamente difensiva. Questo principio resta valido anche oggi? E dove dovrebbe essere fissato, a suo giudizio, il limite all’utilizzo degli armamenti forniti dagli alleati?

“Resta pienamente valido nella sua finalità politica: aiutiamo l’Ucraina a difendere la propria sovranità, il proprio territorio e la propria popolazione, non ad alimentare un’escalation incontrollata. “Uso difensivo”, tuttavia, non significa necessariamente limitare ogni azione al solo territorio ucraino, perché la difesa può richiedere di neutralizzare obiettivi militari dai quali partono attacchi contro l’Ucraina.

Limiti e modalità d’impiego devono essere stabiliti in modo coordinato con gli alleati, nel rispetto del diritto internazionale, escludendo in ogni caso obiettivi civili e tenendo insieme efficacia militare, proporzionalità e responsabilità politica”.

Nel dibattito italiano sugli aiuti a Kiev c’è anche il tema della trasparenza. I cittadini e il Parlamento dovrebbero conoscere maggiormente quantità, tipologia e destinazione delle armi fornite oppure la riservatezza resta indispensabile per ragioni di sicurezza?

“Il Parlamento deve poter esercitare pienamente le proprie prerogative di indirizzo e controllo. I cittadini hanno diritto di conoscere le scelte politiche, gli impegni finanziari e gli obiettivi generali del sostegno all’Ucraina.

Trasparenza, però, non può significare divulgare informazioni operative — quantità dettagliate, tempi, percorsi e destinazioni — che potrebbero avvantaggiare la Russia o mettere a rischio persone e operazioni. Il punto di equilibrio è chiaro: pieno controllo democratico nelle sedi parlamentari competenti e necessaria riservatezza sugli aspetti strategici e operativi”.

Come si conciliano oggi due obiettivi che possono apparire in tensione: continuare a sostenere militarmente l’Ucraina e, contemporaneamente, creare le condizioni per un negoziato diplomatico con Mosca?

“Non sono obiettivi contraddittori. Perché possa aprirsi un negoziato credibile, Putin deve comprendere che non può ottenere attraverso la guerra la capitolazione dell’Ucraina. Sostenere Kiev significa anche evitare che si presenti al tavolo delle trattative in una condizione di totale debolezza.

La diplomazia resta indispensabile e l’Europa deve contribuire con maggiore iniziativa politica, fermo restando che qualsiasi percorso negoziale dovrà coinvolgere pienamente l’Ucraina. Un cessate il fuoco privo di garanzie o una pace imposta dall’aggressore non risolverebbero il conflitto: rischierebbero soltanto di congelarlo, premiando l’uso della forza e preparando una nuova fase di instabilità”.

Lei ha recentemente sostenuto la necessità di rafforzare la difesa europea e la sua capacità industriale. Significa andare verso un vero sistema di difesa comune oppure la responsabilità principale deve continuare a rimanere nelle mani dei singoli Stati e della Nato?

“L’Europa deve assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza. Servono più capacità operative, un’industria europea della difesa più solida, acquisti congiunti, standard comuni e una maggiore interoperabilità tra le forze armate.

Ciò non significa cancellare le responsabilità degli Stati né creare strutture che duplicano o indeboliscono la NATO. Dobbiamo costruire un pilastro europeo più forte all’interno dell’Alleanza atlantica: un’Europa capace di contribuire maggiormente alla sicurezza collettiva e di intervenire quando i propri interessi strategici sono direttamente coinvolti”.

L’aumento degli investimenti europei nella difesa comporta inevitabilmente una questione di risorse. Come evitare che il rafforzamento militare sottragga fondi ad altri capitoli, come welfare, competitività, infrastrutture e politiche sociali?

“Sarebbe un grave errore rafforzare la sicurezza indebolendo crescita, welfare, infrastrutture e coesione sociale. Una società economicamente fragile e socialmente divisa non è una società più sicura.

Occorre utilizzare meglio le risorse, superare la frammentazione della spesa militare europea, promuovere acquisti comuni e mobilitare capitali pubblici e privati. Gli investimenti nella difesa possono inoltre generare ricerca, occupazione qualificata e tecnologie duali utili anche all’economia civile. Sicurezza e competitività non devono contendersi le risorse: se inserite in una vera strategia industriale europea, possono rafforzarsi reciprocamente”.

Dal suo ruolo nella Commissione Affari esteri, quanto la sicurezza dell’Italia passa oggi dal Mediterraneo? E quali dovrebbero essere le priorità europee rispetto alle crisi in Medio Oriente, Nord Africa e alle rotte migratorie?

“Il Mediterraneo è lo spazio strategico naturale dell’Italia e deve diventare una priorità effettiva dell’Europa. Le crisi in Medio Oriente e Nord Africa, la sicurezza energetica, le rotte commerciali, i traffici illegali e i flussi migratori hanno conseguenze dirette sul nostro Paese.

“L’Unione deve dedicare al fianco Sud un’attenzione paragonabile a quella riservata al fianco orientale, rafforzando la propria presenza, la cooperazione con i Paesi di origine e di transito e gli investimenti per lo sviluppo. Occorre contrastare i trafficanti e gli attori destabilizzanti, proteggendo allo stesso tempo il diritto d’asilo e costruendo canali migratori legali e governati”.

Lei ha indicato i Balcani occidentali come una priorità strategica per l’Europa. Quali passi concreti dovrebbero compiere Bruxelles e i Paesi candidati per accelerare il processo di allargamento senza abbassare i requisiti richiesti per l’ingresso nell’Unione?

“L’integrazione dei Balcani occidentali è un investimento strategico nella stabilità e nella sicurezza dell’Europa, e l’Italia ha un interesse diretto ad accelerarla. Il processo deve restare fondato sul merito: Stato di diritto, indipendenza della magistratura, libertà dei media, lotta alla corruzione e pieno allineamento alla politica estera europea.

L’Unione, però, deve rispettare gli impegni assunti e offrire tappe verificabili, benefici progressivi e una prospettiva politica credibile. Non servono scorciatoie sui requisiti, ma non sono più accettabili neppure rinvii indefiniti che alimentano sfiducia e lasciano spazio all’influenza di altre potenze”.

Le crisi internazionali stanno mostrando anche la vulnerabilità delle infrastrutture e delle catene di approvvigionamento europee. Quanto dovrebbe investire l’Unione sulla protezione di porti, reti energetiche, trasporti e infrastrutture strategiche?

“Molto di più, perché porti, reti energetiche, cavi sottomarini, sistemi di trasporto e telecomunicazioni sono ormai bersagli della competizione geopolitica e della guerra ibrida.

Non possiamo limitarci a intervenire dopo un sabotaggio o un attacco informatico. Dobbiamo mappare le vulnerabilità, rafforzare la sorveglianza, creare sistemi ridondanti e migliorare lo scambio di informazioni tra istituzioni, forze di sicurezza e operatori privati. Serve inoltre una risposta europea coordinata e una deterrenza credibile, affinché chi colpisce le nostre infrastrutture sappia che ne sosterrà un costo concreto”.

Guardando ai prossimi anni, quale dovrebbe essere il peso politico dell’Unione europea nello scenario internazionale: più autonomia strategica rispetto agli Stati Uniti oppure un rafforzamento del rapporto transatlantico mantenendo la Nato al centro della sicurezza occidentale?

“È una falsa alternativa. L’Europa deve assumersi maggiori responsabilità e sviluppare capacità industriali, tecnologiche e militari proprie, ma all’interno di un rapporto transatlantico forte e mantenendo la NATO al centro della sicurezza occidentale.

L’autonomia strategica non deve significare equidistanza dagli Stati Uniti né costruzione di un blocco alternativo. Deve significare maggiore capacità europea di decidere, contribuire e agire, anche quando Washington concentra la propria attenzione su altre aree del mondo. Un’Europa più forte non indebolisce l’Alleanza atlantica: la rende più equilibrata, credibile e capace di affrontare le nuove minacce”.

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