Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato l’intenzione di promuovere una legge che revochi la cittadinanza a chi «diffama i soldati israeliani», citando esplicitamente i registi di NAZA, il documentario che denuncia le uccisioni di civili palestinesi a Gaza. L’opera, firmata dai giornalisti israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, ha vinto il Premio Speciale della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia, ma ha provocato un terremoto politico in Israele.
Il film sostiene che le morti di massa di civili siano state incorporate nelle decisioni militari, accusa che il governo e l’esercito respingono con forza. Durante la cerimonia veneziana, Abraham aveva dichiarato: «Il nostro Paese sta commettendo questi crimini», parole che hanno acceso un dibattito feroce. Netanyahu ha reagito promettendo due provvedimenti: uno per revocare la cittadinanza a chi «diffama i soldati» e un altro per moltiplicare per venti i danni economici previsti dalle cause di diffamazione.
La strategia politica di Netanyahu
«Li colpiremo nel portafoglio e nella cittadinanza, perché il loro posto non è con noi», ha detto in un video diffuso sui social. Il premier ha citato tre casi come esempio: il film NAZA, le dichiarazioni del generale di sinistra Yair Golan nel 2025 («Un Paese sano non uccide bambini per hobby») e la fuga di un video nel 2024 che mostrava soldati israeliani maltrattare un detenuto a Gaza. La proposta di legge si inserisce in un clima politico incandescente, a poche settimane dalle elezioni del 27 ottobre, in cui i sondaggi indicano un possibile calo della coalizione di destra.
L’iniziativa di Netanyahu mira a consolidare il consenso tra gli elettori più nazionalisti, ma rischia di riaprire il confronto con la Corte Suprema, che nel 2022 aveva già approvato una norma simile per chi «tradisce la fiducia dello Stato». Il film NAZA, il cui titolo riprende un termine militare per le «vittime collaterali previste», si basa su testimonianze anonime di ufficiali e soldati e ha suscitato reazioni internazionali per la sua denuncia della guerra a Gaza, dove secondo le autorità sanitarie palestinesi sono stati uccisi oltre 73.000 civili dal 2023. In Israele, invece, è stato definito «un atto di tradimento» da parte di alcuni ministri, mentre l’esercito valuta azioni legali contro i suoi autori.





