L’ex primo ministro ungherese Viktor Orbán, estromesso dal potere dopo sedici anni di governo, è tornato sulla scena politica con toni di sfida. In un post su Facebook pubblicato martedì sera, ha diffuso una “Dichiarazione di Resistenza”, invitando i suoi sostenitori a “ripristinare la democrazia” in un’Ungheria che, secondo lui, sarebbe stata “schiacciata” dal nuovo esecutivo guidato da Péter Magyar. Il messaggio è arrivato poche ore dopo che la procura aveva perquisito gli uffici del partito Fidesz, sequestrando i server contenenti database e e‑mail dei membri. L’indagine riguarda presunte appropriazioni indebite legate al Fondo Nazionale per la Cultura durante il governo Orbán.
L’ex premier ha definito l’operazione “politicamente motivata”, sostenendo che il caso del Fondo sia “solo un pretesto” per paralizzare l’attività del partito. Orbán accusa il nuovo governo di aver trasformato l’Ungheria in uno “stato non democratico” dopo l’approvazione di un emendamento costituzionale che ha posto fine al mandato del presidente Tamas Sulyok e del presidente della Corte costituzionale. Durante i suoi sedici anni di governo, Orbán era stato spesso criticato da Bruxelles per le limitazioni allo stato di diritto e ai diritti delle minoranze.
Ora, ribalta la narrativa e denuncia un “nuovo sistema politico illegittimo”, promettendo che Fidesz “userà tutti gli strumenti pacifici contro l’abuso di potere dentro e fuori dal parlamento”. Il partito Tisza, che gode di una supermaggioranza parlamentare, ha già annullato molte delle riforme introdotte da Orbán. Secondo un sondaggio Median, Tisza raccoglie il 60% dei consensi, contro il 18% di Fidesz. La “Dichiarazione di Resistenza” segna il tentativo di Orbán di tornare protagonista, ma anche il simbolo di una transizione politica che sta ridisegnando il volto dell’Ungheria.





