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Usa e Iran verso la firma, ma Hormuz e Libano restano fronti aperti

La frattura tra Washington e Riyad

lunedì, 13 Luglio 2026
2 minuti di lettura

Le conseguenze della guerra tra Stati Uniti e Iran potrebbero rivelarsi molto più profonde degli effetti immediatamente visibili sul piano militare. La crisi apertasi tra Washington e Riyad rischia infatti di rappresentare in potenza il più importante mutamento geopolitico nel Golfo Persico dagli attentati dell’11 settembre e, forse, dalla fine della Guerra Fredda.

Per oltre ottant’anni il rapporto tra Stati Uniti e Arabia Saudita ha costituito uno dei pilastri dell’ordine strategico mediorientale. L’accordo, nato dall’incontro del 1945 tra Franklin D. Roosevelt e Abdulaziz Ibn Saud a bordo della USS Quincy, si è fondato su un principio semplice: sicurezza americana in cambio di stabilità energetica e influenza politica nel Golfo. Un equilibrio che ha attraversato la Guerra Fredda, le guerre del Golfo, la lotta al terrorismo e le grandi crisi regionali.

Oggi quel paradigma sembra incrinarsi.

Secondo numerose ricostruzioni giornalistiche, il punto di rottura sarebbe stato raggiunto durante la recente crisi dello Stretto di Stretto di Hormuz. Dopo il blocco imposto dall’Iran al traffico commerciale, l’amministrazione di Donald Trump avrebbe avviato unilateralmente l’operazione “Project Freedom”, senza un preventivo coordinamento con Riyad.

La decisione avrebbe provocato la reazione del principe ereditario Mohammed bin Salman, che avrebbe negato l’utilizzo dello spazio aereo e delle basi saudite, rifiutando di trasformare il proprio Paese nella principale piattaforma operativa americana contro Teheran. Dietro questa scelta vi è una valutazione eminentemente strategica: l’Arabia Saudita è oggi molto più vulnerabile rispetto al passato. Le infrastrutture energetiche, le città e gli impianti industriali sauditi sono pienamente raggiungibili dai missili balistici, dai droni e dai vettori sviluppati dall’Iran e dai suoi alleati regionali. Coinvolgersi direttamente avrebbe significato esporsi a una rappresaglia dalle conseguenze imprevedibili.

Il fallimento dell’operazione avrebbe determinato una durissima reazione della Casa Bianca. Washington avrebbe minacciato di sospendere la fornitura degli intercettori Patriot, elemento essenziale della difesa aerea saudita, mentre il Pentagono starebbe valutando una revisione complessiva del proprio dispositivo militare nel Golfo, con una possibile riduzione della presenza americana nei Paesi che hanno negato il supporto logistico durante la crisi.

Ma il dato più significativo non riguarda il contingente militare. Riguarda il venir meno della fiducia reciproca.

Dal punto di vista americano, Riyad non può più essere considerata un alleato disposto a condividere i rischi strategici delle operazioni statunitensi. Dal punto di vista saudita, invece, emerge la consapevolezza che gli USA non siano più disposti a garantire automaticamente quella protezione militare che per decenni ha costituito il fondamento dell’alleanza.

È la crisi del principio stesso di deterrenza estesa.

Questa evoluzione si inserisce in un quadro internazionale profondamente mutato. L’Arabia Saudita ha progressivamente diversificato le proprie relazioni strategiche, intensificando i rapporti con la Cina, mantenendo il dialogo con la Russia e favorendo, grazie alla mediazione di Pechino, la normalizzazione diplomatica con l’Iran. Riyad non intende più essere percepita come un semplice alleato subordinato di Washington, ma come una potenza regionale autonoma, capace di dialogare con tutti gli attori del sistema internazionale.

Per gli Stati Uniti ciò rappresenta un problema strategico ben più ampio della sola guerra con l’Iran. Se il principale partner arabo rifiuta di sostenere un’operazione militare americana, significa che l’intera architettura di sicurezza costruita dagli Stati Uniti nel Golfo dopo il 1991 sta entrando in una fase di profonda revisione.

Si minaccia un eventuale riposizionamento delle forze americane verso Israele e la Giordania che però non risolverebbe il problema di garantire la sicurezza collettiva della regione con tutto ciò che ne consegue.

La crisi tra Washington e Riyad, dunque, non va letta come una semplice divergenza tattica sull’impiego delle basi militari. Essa potrebbe rappresentare il primo segnale della transizione verso un Medio Oriente meno dipendente dagli USA, caratterizzato da alleanze più fluide, da una crescente autonomia degli attori regionali e da un equilibrio di potenza sempre meno dominato da un unico garante esterno.

In sostanza il rischio è di incrinare uno dei pilastri fondamentali dell’ordine geopolitico mediorientale, un ordine costruito dagli Stati Uniti dopo il 1945.

Paolo Falconio

Paolo Falconio

Membro del Consejo Rector de Honor e conferenziere de la Sociedad de Estudios Internacionales (SEI)

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