Le Filippine hanno commemorato venerdì l’anniversario della storica sentenza arbitrale del 2016, che invalidò le rivendicazioni territoriali della Cina nel Mar Cinese Meridionale. Una decisione che, a distanza di dieci anni, continua a rappresentare uno dei punti più delicati della geopolitica asiatica e un riferimento costante per Washington e i suoi alleati nel contenere l’assertività di Pechino.
La Cina non ha mai riconosciuto l’arbitrato avviato da Manila nel 2013, definendo la sentenza del 12 luglio 2016 una “farsa” e ribadendo che non vi aderirà “mai”. Pechino rivendica quasi l’intero corridoio marittimo, una rotta commerciale cruciale dove si sovrappongono gli interessi di Filippine, Vietnam, Malesia, Brunei e Taiwan.
Le tensioni sono aumentate negli ultimi anni, con incidenti sempre più frequenti tra navi militari e pescherecci dei Paesi coinvolti. Gli Stati Uniti, che considerano le Filippine il loro alleato più antico in Asia, hanno più volte esortato la Cina a rispettare la sentenza. Sia l’amministrazione Biden sia quella attuale di Donald Trump hanno ribadito che Washington ha l’obbligo di difendere Manila in caso di attacco armato nelle acque contese.
Durante la commemorazione, il ministro degli Esteri filippino Maria Theresa Lazaro ha definito la sentenza “giuridicamente vincolante” e l’ha paragonata a un faro. Anche l’Australia ha espresso preoccupazione. Pechino non ha rilasciato una reazione immediata, ma la sua ambasciata a Manila ha ribadito che la sentenza è “illegale, nulla e priva di effetto”.
Il tribunale arbitrale si era pronunciato in modo netto: ai sensi della Convenzione ONU sul diritto del mare (UNCLOS) del 1982, ratificata da oltre 170 Paesi, “non esiste alcuna base giuridica” per i diritti storici rivendicati da Pechino al di fuori delle sue acque territoriali riconosciute.


