La morte di Lorenzo Salgado Araujo, cittadino messicano residente da decenni negli Stati Uniti, ha scosso Houston e riacceso il dibattito sulle operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). L’uomo, 59 anni, è stato ucciso da un agente federale durante un’operazione di controllo martedì mattina, mentre guidava una squadra di operai verso un cantiere edile. Secondo la famiglia e la deputata texana che ha denunciato l’accaduto, Salgado non aveva alcuna condanna penale e stava lavorando per ottenere la regolarizzazione del suo status. Suo figlio Ronaldo ha raccontato che il padre sapeva come comportarsi in caso di fermo da parte dell’ICE, ma che potrebbe aver creduto di trovarsi davanti a ladri di attrezzi, poiché gli agenti viaggiavano su veicoli non contrassegnati.
Secondo le autorità federali, gli agenti stavano fermandolo nell’ambito di un’operazione di immigrazione, ma non hanno chiarito le circostanze che hanno portato allo sparo fatale. La famiglia sostiene che Lorenzo, spaventato, abbia cercato di allontanarsi, credendo di essere in pericolo. Salgado aveva trascorso oltre trent’anni negli Stati Uniti, costruendo case e mantenendo la sua famiglia. I suoi tre figli, tutti cittadini americani, frequentano il college grazie al lavoro del padre. “Ha passato la vita a costruire sogni per gli altri”, ha detto la deputata texana, chiedendo un’indagine indipendente.
L’episodio arriva in un momento di crescente tensione sulle politiche migratorie e sull’uso della forza da parte delle autorità federali. Organizzazioni per i diritti civili hanno chiesto trasparenza e responsabilità, sottolineando che la morte di Salgado rappresenta un simbolo tragico di un sistema che spesso colpisce chi cerca solo di vivere onestamente. Per la famiglia, Lorenzo Salgado Araujo non era un “caso di cronaca”, ma un uomo che credeva nel lavoro e nella dignità. E ora, il suo nome è diventato un grido di giustizia.





