Mercoledì il Regno dell’Arabia Saudita ha annunciato di essersi unito agli Stati Uniti negli attacchi contro milizie allineate con l’Iran, segnando la prima incursione ufficiale del Paese nella guerra iniziata il 28 febbraio. Il Ministero della Difesa saudita ha confermato di aver colpito obiettivi di milizie filo‑iraniane con base in Iraq, in risposta agli attacchi contro impianti petroliferi e del gas nel regno. Gli attacchi, condotti in coordinamento con il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), rappresentano un salto di qualità nella partecipazione saudita al conflitto. Le forze saudite, secondo il ministero, hanno eseguito “attacchi precisi e mirati” contro obiettivi militari legati alle milizie responsabili degli attentati.
Il CENTCOM ha confermato la cooperazione con i caccia sauditi, precisando che gli attacchi erano diretti contro “terroristi allineati con l’Iran” nella parte orientale dell’Iraq. Secondo fonti ufficiali, almeno 18 militari statunitensi sono morti nel conflitto e centinaia sono rimasti feriti. Gli attacchi sauditi arrivano in un momento di stallo nei negoziati di pace tra Washington e Teheran, che il presidente Donald Trump aveva definito “positivi” nonostante i bombardamenti intermittenti. La tregua di giugno sembra ormai infranta, e la ripresa delle operazioni militari indica che la crisi è tutt’altro che risolta.
Le autorità saudite hanno assicurato che le operazioni non rappresentano un’escalation, ma piuttosto una risposta “necessaria e proporzionata”. Tuttavia, fonti diplomatiche occidentali e iraniane, citate da Reuters, avevano già segnalato attacchi segreti del regno contro obiettivi iraniani nei mesi precedenti, suggerendo che l’intervento saudita fosse solo questione di tempo.





