L’Australian Competition and Consumer Commission (ACCC) ha avviato un’azione legale contro Amazon, accusando il colosso tecnologico di aver introdotto pubblicità su Prime Video utilizzando clausole contrattuali “ingiuste” e penalizzanti per oltre un milione di abbonati tra il 2023 e il 2025. Secondo l’autorità, Amazon avrebbe violato le norme di tutela dei consumatori modificando unilateralmente i termini del servizio senza offrire rimborsi o alternative reali.
Per più di un decennio Prime Video era stato un servizio senza pubblicità, incluso nell’abbonamento Prime. Ma nel 2024 Amazon ha iniziato a inserire spot anche in Australia, informando gli utenti che per mantenere la visione senza interruzioni sarebbe stato necessario pagare un supplemento mensile, portando il costo a 12,99 dollari australiani.
A quel punto, oltre 850.000 abbonati avevano già pagato un anno intero di servizio. L’autorità sostiene che Amazon abbia fatto leva su cinque clausole che le permettevano di modificare in modo sostanziale i servizi offerti, inclusi quelli video, senza alcun obbligo di compensazione. Amazon, tramite una portavoce, ha affermato di “stare esaminando nel dettaglio il caso” e di aver collaborato con l’ACCC durante l’indagine.
Negli Stati Uniti, la Federal Trade Commission (FTC) ha accusato Amazon di iscrivere utenti a Prime senza consenso e di rendere difficile la cancellazione. Solo martedì, l’azienda ha accettato di pagare una multa per risolvere un’altra indagine, relativa a ostacoli imposti alle vittime di frodi online. Nel Regno Unito, il governo ha indagato sulle modalità di presentazione dei prodotti e sulla proliferazione di recensioni false.
In Australia, la causa dell’ACCC potrebbe diventare un precedente importante per la regolamentazione dei servizi digitali. La questione centrale, secondo gli esperti, riguarda il potere delle piattaforme di modificare unilateralmente servizi già pagati, trasformando un abbonamento “premium” in un prodotto degradato.





