La Settimana della Moda Uomo di Parigi si è chiusa con un messaggio chiaro: il confine tra maschile e femminile non è più un recinto, ma un campo aperto. Le donne hanno dominato le passerelle maschili — da Amiri ad Ami, fino a Vetements, dove Sharon Stone ha chiuso la sfilata in stivali alti fino alla coscia — senza che nessuno si scandalizzasse. L’androginia, un tempo provocazione, oggi è parte integrante del linguaggio del lusso. Secondo lo storico dell’arte Joseph McBrinn, la moda ha compiuto un percorso lungo decenni, passando “da una concezione binaria di genere a qualcosa di molto fluido”, riflettendo il pensiero delle generazioni più giovani. Non è un fenomeno nuovo: la storia della moda è ricca di figure che hanno sfidato le categorie.
David Bowie, negli anni ’70, trasformò l’ambiguità in estetica; Jean Paul Gaultier, negli anni ’80, fece sfilare uomini in gonne; Yves Saint Laurent, già nel 1966, mise le donne in smoking, ribaltando i codici dell’epoca. Oggi, però, la fluidità non è solo creativa: è anche economica. Molte maison hanno unito le collezioni uomo e donna in un’unica sfilata mista, una strategia nata alla fine degli anni 2010 per ottimizzare costi, visibilità e storytelling. Saint Laurent, che ha aperto la settimana parigina, punta a raddoppiare le vendite maschili entro il 2030, e ha portato in passerella uomini con top aderenti, slip in pelle e scarpe trasparenti riprese dalla linea femminile. Fuori dalle passerelle, però, il contesto è più instabile.
La “manosfera” online, l’ascesa di influencer come i fratelli Tate, e un’ondata di leggi anti‑trans in vari Paesi mostrano una società divisa. La storica della moda Valerie Steele ricorda che l’androginia ha avuto cicli di apertura negli anni ’20, ’70 e ’90, seguiti da fasi di regressione. È il XX secolo ad aver ristretto i codici, e la moda contemporanea sta semplicemente riaprendo quella porta.





