La guerra in Ucraina ha prodotto un nuovo simbolo delle contraddizioni della Russia contemporanea: Anton Milaev, 45 anni, pronipote adottivo del leader sovietico Leonid Brežnev, sarebbe stato catturato dalle forze ucraine mentre combatteva per Vladimir Putin. La notizia, riportata dal canale russo Baza e rilanciata dalla BBC, aggiunge un capitolo inatteso alla storia di una delle famiglie più emblematiche dell’era sovietica. Milaev, arruolatosi lo scorso autunno come geniere d’élite, aveva perso i contatti con la famiglia a novembre. Solo mesi dopo i parenti hanno saputo che si trovava detenuto in una zona “de‑occupata” della regione di Kherson.
Le circostanze della cattura restano avvolte nel mistero, così come l’eventuale possibilità di uno scambio di prigionieri. L’ultima traccia pubblica di Milaev risale a gennaio 2025: foto su VKontakte in uniforme, con il call sign “Udacha” (“Fortuna”). Un destino ironico per un discendente di Brežnev, il leader che governò l’URSS dal 1964 al 1982, incarnando un potere stagnante, burocratico, ma apparentemente immutabile. Brežnev, noto per le sopracciglia folte, la corporatura massiccia e la pioggia di medaglie appuntate sul petto, fu l’ultimo leader sovietico a garantire una stabilità apparente prima del rapido declino che portò al crollo dell’URSS.
Oggi, uno dei suoi discendenti combatte — e cade prigioniero — in una guerra che molti russi considerano parte dell’eredità imperiale che Brežnev stesso contribuì a costruire. Per Kiev, la cattura ha un valore soprattutto simbolico: dimostra come la mobilitazione russa abbia coinvolto non solo periferie e minoranze, ma anche famiglie legate all’élite storica del Paese. Per Mosca, invece, è un imbarazzo da gestire con cautela, in un momento in cui il Cremlino cerca di mantenere il controllo della narrativa sulla guerra.





