Uscendo dal primo round politico dei negoziati tra Stati Uniti e Iran, il vicepresidente americano J.D. Vance ha parlato di una giornata “davvero molto positiva” e di “progressi importanti”. I colloqui tecnici proseguiranno “nei prossimi giorni e settimane”. Secondo Washington, Teheran avrebbe accettato di invitare nuovamente nel Paese gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, passaggio definito da Vance “una pietra miliare” verso la fine del programma nucleare militare iraniano. Da Teheran è arrivata però una lettura opposta. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha negato nuovi impegni sul nucleare: la questione, ha detto, è stata solo evocata dalle due delegazioni e “non si è trattato di una negoziazione”, ma di un’esposizione delle rispettive posizioni. La collaborazione con l’Aiea proseguirà secondo le procedure attuali, previa approvazione del Parlamento e del Consiglio supremo di sicurezza nazionale.
Road map di 60 giorni
Dopo la partenza dal Bürgenstock della delegazione politica iraniana, guidata dal presidente del Parlamento Mohammad Ghalibaf e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi, il negoziato è passato ai tavoli tecnici. Secondo i media iraniani, la delegazione incaricata dell’attuazione del memorandum sarà guidata dal viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi. Il Pakistan, con il Qatar tra i mediatori principali, ha parlato di clima “positivo e costruttivo”.
Il premier Shehbaz Sharif ha indicato tra i risultati una road map per un accordo definitivo entro sessanta giorni, un comitato di supervisione politica e l’avvio dei colloqui tecnici. Il presidente iraniano Massoud Pezeshkian sarà oggi in Pakistan per ringraziare Sharif della mediazione e discutere di cooperazione economica. Washington prova intanto a rassicurare gli alleati regionali. Il segretario di Stato Marco Rubio partirà oggi per Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Bahrein, dove incontrerà anche il Consiglio di cooperazione del Golfo. I Paesi dell’area sostengono il tentativo di chiudere la guerra, ma restano cauti sui termini del memorandum firmato la scorsa settimana da Donald Trump.
Il fronte libanese
Il nodo più fragile resta il Libano. Per Washington, la tenuta del cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah è decisiva per impedire una nuova escalation regionale e mantenere aperto lo Stretto di Hormuz. Luigi Di Maio, rappresentante speciale dell’Unione europea per il Golfo Persico, ha sintetizzato il rischio: “Se non tiene il cessate il fuoco in Libano, Hormuz chiude”. Israele non mostra però intenzione di ritirarsi rapidamente. Benjamin Netanyahu ha detto che le truppe israeliane nel Libano meridionale hanno “piena libertà d’azione” e resteranno nella zona di sicurezza “per tutto il tempo necessario”. Anche il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha escluso ambizioni territoriali, ma ha ribadito che Israele non si ritirerà finché Hezbollah resterà una minaccia.
Il presidente Isaac Herzog ha aggiunto che il disarmo del movimento sciita deve essere “parte integrante di qualsiasi soluzione”. La Commissione europea ha chiesto a Israele di rispettare la sovranità libanese e di ritirare le proprie forze, in linea con la risoluzione 1701 dell’Onu. Secondo Pnud e Consiglio nazionale della ricerca scientifica libanese, la guerra ha causato danni per oltre 1,38 miliardi di dollari, con 11.095 edifici distrutti, 17.891 abitazioni colpite e altri 2.242 edifici danneggiati.
Hormuz e pressioni regionali
Il primo segnale economico è arrivato dallo Stretto di Hormuz. Ieri due petroliere, con circa due milioni di barili di greggio, hanno attraversato il passaggio. Altre due superpetroliere sono entrate nel Golfo. Il traffico resta però lontano dalla media precedente alla guerra, stimata in circa 125 navi al giorno.
Gli Stati Uniti hanno rilasciato una licenza generale che autorizza fino al 21 agosto la produzione, la consegna e la vendita di petrolio greggio e prodotti petroliferi iraniani. Vance ha assicurato che eventuali fondi sbloccati non finanzieranno il “terrorismo”, ma saranno vincolati ad acquisti controllati, anche di prodotti americani. Sul Libano si muovono anche Siria e Turchia. Damasco ha escluso un intervento militare contro Hezbollah, ipotesi evocata da Trump nei giorni scorsi. Il presidente Ahmed al Sharaa ha detto di voler lavorare a canali “economici, non militari” tra Siria e Libano. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha invece avvertito che il negoziato sarà difficile e che Israele è “pronto a tentare di sabotare il processo ogni volta che ne avrà l’opportunità”.





