Un giudice federale di Boston ha annullato la controversa tassa da 100.000 dollari imposta dall’amministrazione Trump sui nuovi visti H‑1B, stabilendo che si trattava di un’imposta illegale mai autorizzata dal Congresso. La decisione, firmata dal giudice distrettuale Leo Sorokin, arriva in risposta a una causa presentata da 20 procuratori generali democratici, che contestavano il drastico aumento dei costi per l’ottenimento dei visti destinati a lavoratori stranieri altamente qualificati.
Secondo la sentenza, la tassa non poteva essere considerata una “sanzione pecuniaria”, come sostenuto dalla Casa Bianca, ma un vero e proprio prelievo fiscale, e in quanto tale richiedeva un’esplicita autorizzazione legislativa. “La sostanza e l’applicazione del pagamento rivelano che si tratta di una tassa, a prescindere da come venga chiamata”, ha scritto Sorokin, nominato durante l’amministrazione Obama. Di conseguenza, né il Dipartimento di Stato né i Servizi per la Cittadinanza e l’Immigrazione (USCIS) erano legittimati ad applicarla. La Casa Bianca ha reagito immediatamente, definendo la decisione “errata” e annunciando l’intenzione di ricorrere in appello.
La portavoce Taylor Rogers ha ribadito che il presidente Trump “ha la chiara autorità legale per limitare l’ingresso di qualsiasi categoria di stranieri che ritenga non sia nel migliore interesse dell’America”. Il programma H‑1B, che ogni anno mette a disposizione 65.000 visti, più altri 20.000 per lavoratori con titoli avanzati, è particolarmente utilizzato dalle aziende tecnologiche statunitensi.
Prima del provvedimento di Trump, i datori di lavoro pagavano tra 2.000 e 5.000 dollari per ogni richiesta, a seconda dei casi. La nuova tassa non si applicava ai cittadini stranieri già presenti negli Stati Uniti con visti studenteschi, che rappresentano una quota significativa dei beneficiari.





