Dopo undici ore di colloqui e cerimonie, Vladimir Putin ha chiuso a Pechino una visita di Stato pensata per mostrare la compattezza dell’asse con la Cina, ma senza ottenere il risultato più atteso sul piano energetico. Mosca e Pechino hanno firmato o annunciato accordi su commercio, energia, tecnologia, istruzione, media di Stato, proprietà intellettuale e nucleare: 42 documenti secondo il Cremlino, una ventina secondo altri media. Sul gasdotto Power of Siberia 2, da 50 miliardi di metri cubi l’anno attraverso la Mongolia, resta però solo una “comprensione generale”: prezzo, tempi e condizioni commerciali sono ancora da definire. Per Mosca è un dossier strategico, perché consentirebbe di dirottare verso la Cina parte del gas venduto prima all’Europa. Il vertice con Xi Jinping, pochi giorni dopo la visita di Donald Trump, ha avuto comunque un forte valore politico. Putin ha definito i rapporti con Pechino “senza precedenti” e un “fattore di stabilità”. Xi ha parlato di una “nuova fase” e di coordinamento contro “unilateralismo” ed “egemonismo”. Nella dichiarazione congiunta, Russia e Cina hanno denunciato il rischio di un ritorno alla “legge della giungla”. Sull’Ucraina hanno chiesto di affrontare le “cause profonde” della crisi, formula con cui Mosca indica l’allargamento della Nato a Est. La Russia ha ribadito anche il sostegno a Pechino su Taiwan. Sul Medio Oriente, Xi ha definito il cessate il fuoco completo “della massima urgenza”.
Kiev colpisce le raffinerie e teme la Bielorussia
Gli attacchi ucraini con droni hanno fermato o ridotto la produzione in quasi tutte le principali raffinerie della Russia centrale, compromettendo una capacità di quasi 83 milioni di tonnellate annue, oltre il 30 per cento della benzina e il 25 per cento del diesel prodotti nel Paese. Kiev ha rivendicato anche il raid sulla raffineria Lukoil di Kstovo, circa 800 chilometri dentro il territorio russo. Mosca ha approvato una legge che consente l’abbattimento di droni sopra le piattaforme petrolifere e di gas nel Mar Caspio. In Ucraina, attacchi russi hanno colpito Dnipro, Odessa, Sumy e Zaporizhzhia. A Dnipro sono morte due persone e un missile balistico ha distrutto un magazzino appaltato dall’Unhcr, bruciando circa 900 pallet di aiuti per oltre un milione di dollari. A Odessa, un raid contro un impianto Dtek ha lasciato senza elettricità decine di migliaia di famiglie. Zelensky ha riunito il Consiglio di guerra, denunciando nuove misure russe di mobilitazione per “più 100 mila persone” e possibili operazioni sull’asse Chernihiv Kiev, anche con il coinvolgimento della Bielorussia. Il comandante Oleksandr Syrskyi ha avvertito che “le operazioni nel nord sono possibili” e che la linea del fronte, lunga oltre 1.200 chilometri, resta esposta.
Nato: droni nei Baltici e nuova linea Usa
La Nato segue le esercitazioni nucleari congiunte di Russia e Bielorussia, previste fino al 21 maggio. Mark Rutte ha detto che Mosca sa che, in caso di uso di armi nucleari, “la reazione sarebbe devastante”, e ha definito “ridicole” le accuse russe alla Lettonia su presunti attacchi ucraini dal suo territorio. Resta alta anche la tensione nei Baltici. In Lituania, dopo l’ingresso di un drone nello spazio aereo nazionale, sono stati sospesi temporaneamente voli, scuole, asili e Parlamento. Ursula von der Leyen ha definito gli episodi “inaccettabili”: una minaccia a uno Stato membro, ha avvertito, è una minaccia a tutta l’Ue. Pesa infine la nuova linea americana. Il Pentagono ha ridotto da quattro a tre le brigate di combattimento assegnate all’Europa e rinviato un dispiegamento in Polonia, spingendo gli alleati Nato ad assumere la responsabilità primaria della difesa convenzionale del continente. Secondo Reuters, il taglio riguarderà anche il bacino di forze disponibili in caso di crisi. Rutte ha assicurato che gli aggiustamenti saranno “graduali” e non comprometteranno i piani dell’Alleanza.
L’Europa cerca una linea negoziale
L’Ue prova intanto a definire una linea negoziale e militare. Secondo il Financial Times, alcuni governi valutano Mario Draghi o Angela Merkel come possibili rappresentanti europei in eventuali colloqui con Putin. La Commissione non ha confermato, ma ha chiarito che prima del “chi” bisogna stabilire “cosa vogliamo chiedere alla Russia”. Bruxelles ha anche finalizzato con Kiev il memorandum sull’assistenza macrofinanziaria: primo versamento da 3,2 miliardi di euro attorno a metà giugno, nel quadro del prestito da 90 miliardi.





