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L’Europa dello sviluppo e quella dei vincoli

venerdì, 15 Maggio 2026
3 minuti di lettura

Già nel vertice informale di Nicosia, a Cipro, l’Italia, nonostante abbia ottenuto il consenso di Spagna, Repubblica Ceca, Polonia, Francia, Bulgaria, Ungheria e Slovacchia, non era riuscita ad ottenere né flessibilità sui conti per affrontare la crisi energetica, né una tassa sui profitti conseguiti a mani basse dalle imprese energetiche.

Ancora una volta i cosiddetti Paesi “Frugali”, cioè quelli del Nord Europa, hanno trovato facile ascolto dalla Ursula von der Leyen, che nella conferenza stampa finale del vertice aveva detto chiaramente che la clausola che sospende il Patto di Stabilità “può essere attivata solo in caso di grave recessione nella UE. Per fortuna non è ancora questa la situazione”.

L’Europa si è spaccata ancora sul bilancio: da una parte i “frugali”, dall’altra tutti gli altri tra cui Italia e Spagna. E la Commissione europea ha detto perentoriamente: “no allo stop al Patto”. In pratica, secondo la burocrazia celeste di Bruxelles, dobbiamo prima essere alla fame e poi l’Europa potrebbe intervenire. Purtroppo non lo dice solo chi guarda all’Unione europea con sospetto, ma persino sinceri europeisti come il Presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, che di fronte all’inerzia dell’Unione europea ha dichiarato che “questa Europa mi spaventa, forse dobbiamo cambiare chi ci sta governando in Europa”.

In effetti al summit Ue di Nicosia, organizzato da Cipro, si è ripresentata la divisione tradizionale tra i Paesi “Frugali” capeggiati da Germania e Olanda e i Paesi “amici” della politica agricola comune e dei fondi di coesione, tra cui ci sono Italia, Spagna, Polonia e Francia. Ed il cancelliere tedesco Friedrich Merz senza mezzi termini ha detto che: “Dovremo stabilire nuove priorità e questo significa che dovremo anche ridurre la spesa nel bilancio europeo in altri settori. Dal punto di vista tedesco, un aumento del debito è fuori discussione, così come l’emissione di obbligazioni europee sul mercato dei capitali. Questa non è una posizione condivisa dalla Germania. I miei colleghi lo sanno. Molti sono d’accordo con me”. E la Von der Leyen, accondiscendente, gli ha fatto subito eco: “può essere attivata solo in caso di grave recessione economica nell’area euro o nell’Ue nel suo complesso” anche se Italia e Spagna continuano a chiedere maggiore flessibilità sulle regole fiscali del Patto di Stabilità.

La stessa premier italiana Giorgia Meloni, in quella stessa sede a Nicosia aveva sottolineato che «È sensato che si parli di allentamento delle regole sugli aiuti di Stato, ma ho posto due questioni: quali settori vengono coinvolti? Perché su questo abbiamo degli interessi che vanno considerati, come le istanze degli autotrasportatori che soffrono il caro gasolio e che potrebbero fermarsi a breve. Questo per noi significherebbe un aumento dell’inflazione, su tutti i generi di prima necessità». Oltretutto, ha sottolineato, la capacità fiscale «non è uguale nei diversi Stati membri. Se non si parte dall’allentamento dei vincoli almeno per questi settori, è una misura buona per alcuni Stati e non buona per altri. Ma noi di tutto abbiamo bisogno fuorché creare ulteriori disparità» sottolineando che «non sono la sola che chiede queste misure». “C’è la volontà di venirsi incontro” e, confidente, ha concluso molto ottimisticamente: “Sicuramente non trovo una chiusura”.

Successivamente Giancarlo Giorgetti aveva esortato la Ue a rifiutare visioni ottuse e ad essere più flessibile: “L’Europa deve essere più flessibile. Spero che la consapevolezza e il realismo prevalgono rispetto a una ottusa visione che non è neppure ideologica, ma freddamente burocratica” auspicando che si allarghi il fronte dei Paesi che premono sulla Commissione Ue affinché si tenga conto delle circostanze eccezionali causate dalla guerra in Medio Oriente. “Non siamo soli, diversi Paesi hanno questo problema e hanno chiesto una valutazione diversa”.

Al fianco del nostro governo sono scesi anche i ceti produttivi.

“Oggi da europeista convinto non credo che nella Ue ci siano reazioni veloci, in nessun tipo di cosa per cui l’Europa è nata: penso a un mercato unico europeo dell’energia, ad un mercato dei capitali, ad una difesa europea. Chiediamo che ci sia una reazione verso il mondo purtroppo l’Europa sta facendo vedere il peggio di sé” ha lamentato Emanuele Orsini. “Bisogna che ci svegliamo. Nel 2025 abbiamo perso un milione di posti di lavoro, le esportazioni da parte della Cina sono aumentate del 30 per cento”. “La Cina usa il debito pubblico per sostenere le proprie aziende, noi non lo facciamo neanche per proteggerci”.

Mi meraviglia che l’Europa non abbia pronte misure, mentre l’euro scambia attorno a 1,16–1,17 dollari. Questa miopia mi spaventa, forse dobbiamo cambiare chi ci sta governando in Europa. Secondo il Centro studi dell’associazione, infatti, “se il conflitto in Medio Oriente dovesse durare quattro mesi saremmo a zero crescita di pil, se dovesse proseguire entreremmo in recessione”, bisogna che Bruxelles faccia qualcosa.

“Sui costi energetici non c’è ancora nessuna misura nel cassetto e vediamo dichiarazioni per cui il problema non c’è. Come si fa a non sospendere l’Ets, che impatta tantissimo sui costi dell’energia?” ha chiesto Orsini, poi ha messo in evidenza due numeri: “prima del conflitto russo ucraino pagavamo l’energia 28 euro a mwh, ora siamo a 160. Dobbiamo fare una riflessione, le nostre imprese così sono fuori dalla competizione globale. Abbiamo deindustrializzato l’Europa, nell’ultimo anno c’è stato un +30% dell’export cinese nella Ue ed abbiamo perso un milione di posti di lavoro”. “Con quello che sta succedendo non è tempo per avere un anno di campagna elettorale permanente, stiamo chiedendo da tempo un piano industriale, abbiamo bisogno di stabilità, tutte le parti politiche in modo responsabile devono pensare al bene del paese”.

Dunque, come si vede agevolmente, da una parte c’è chi chiede di poter lavorare e incentivare lo sviluppo del nostro sistema industriale e, quindi, dell’economia, dall’altra chi frena e continua a muoversi secondo schemi ideologici fuori da ogni realtà.

Riccardo Pedrizzi

Riccardo Pedrizzi

Presidente Nazionale del CTS dell'UCID

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