Albrecht Weinberg, uno degli ultimi sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti, è morto a 101 anni nella sua Leer, in Germania nord-occidentale.
La notizia arriva poche settimane dopo il suo compleanno e la prima del film dedicato alla sua vita, Es ist immer in meinem Kopf, un titolo che riassume la sua esistenza: un uomo che non ha mai smesso di ricordare, raccontare, ammonire.
Nato nel 1925 a Rhauderfehn, Weinberg sopravvisse ad Auschwitz, Mittelbau-Dora e Bergen-Belsen, oltre a tre marce della morte. La maggior parte della sua famiglia fu sterminata.
Dopo la guerra emigrò negli Stati Uniti, dove visse per decenni, fino al ritorno in Germania all’età di 80 anni. Da allora, come ha ricordato il sindaco Claus-Peter Horst, dedicò ogni energia a parlare con studenti e cittadini, trasformando il trauma in un impegno pubblico contro l’oblio. Negli ultimi anni aveva espresso più volte la sua angoscia per il futuro della memoria: “Ci dormo, ci mi sveglio, sudo, ho incubi; questo è il mio presente”, aveva detto.
Temeva che, con la scomparsa della sua generazione, la Shoah sarebbe rimasta confinata ai libri, perdendo la forza della testimonianza diretta. Nel 2017 ricevette l’Ordine al Merito tedesco, che restituì nel 2023 per protestare contro una votazione parlamentare che, con il sostegno dell’estrema destra, chiedeva respingimenti più duri dei migranti alle frontiere.
Un gesto che rivelava la sua coerenza morale: per Weinberg, la memoria dell’Olocausto non era un rituale, ma un impegno politico quotidiano contro ogni forma di disumanizzazione.
L’ambasciatore israeliano Ron Prosor lo ha ricordato come “un ponte tra passato e presente, tra dolore e speranza”. Un ponte che ora si spezza, lasciando però un’eredità che continua a parlare: nelle scuole, nei film, nelle parole che per decenni Weinberg ha ripetuto con lucidità e coraggio, affinché ciò che vide non potesse mai più accadere.





