Era un pomeriggio d’estate del 2018 quando Charlie Rowley, frugando in un contenitore di beneficenza ad Amesbury, trovò una piccola scatola di cartone. Dentro, una bottiglietta con l’etichetta ‘Nina Ricci’, avvolta nella plastica. Convinto di aver recuperato un profumo costoso, decise di regalarlo alla sua compagna, Dawn Sturgess. Non poteva immaginare che quel gesto premuroso avrebbe segnato l’inizio di uno dei capitoli più drammatici del caso Novichok, l’agente nervino usato tre mesi prima per avvelenare l’ex spia russa Sergei Skripal e sua figlia a Salisbury. Due giorni dopo, Rowley consegnò il profumo a Dawn. Lei lo spruzzò, lo annusò, lo applicò sul polso. Poco dopo disse di sentirsi strana, si lamentò di un mal di testa e perse conoscenza. Rowley tentò di rianimarla, ma tutto precipitò in pochi minuti.
Quello che sembrava un profumo era in realtà Novichok, un agente nervino sovietico. Sturgess fu ricoverata in condizioni critiche e morì dieci giorni dopo, mentre Rowley entrava a sua volta in coma. Sopravvisse, ma con gravi conseguenze: problemi di equilibrio, vista compromessa, perdita dell’uso del braccio sinistro e una memoria che, racconta oggi, “non è mai tornata del tutto”. La vicenda è ricostruita nel nuovo documentario “The Salisbury Poisonings: A Spy Next Door” di CNN Films, dove Rowley appare ancora profondamente segnato.
Il caso si inserisce nella più ampia indagine sull’avvelenamento di Skripal, che nel marzo 2018 aveva scatenato un’operazione di sicurezza senza precedenti: strade isolate, parchi chiusi, squadre in tute protettive e una città paralizzata dalla paura. Mosca ha sempre negato ogni coinvolgimento. La bottiglietta recuperata da un cestino conteneva abbastanza veleno da uccidere 10.000 persone, secondo Neil Basu, ex capo dell’antiterrorismo britannico. Una quantità sufficiente a trasformare un gesto d’amore in una tragedia nazionale.



