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Verso la strategia italiana per la connessione sociale

intervista ad Antonio Derinaldis di Anna Garofalo
sabato, 11 Luglio 2026
2 minuti di lettura

La solitudine non riguarda più soltanto le persone anziane, ma è diventata una delle principali sfide sociali del nostro tempo, con ricadute sulla salute, sul benessere e sulla coesione delle comunità. In questo contesto si inserisce il dibattito sulla futura strategia italiana per la connessione sociale, chiamata a mettere in rete istituzioni, terzo settore e territori per contrastare l’isolamento e rafforzare i legami tra le persone.

Ne parliamo con Antonio Derinaldis, portavoce nazionale della Rete Associativa ADA, una delle principali reti del terzo settore impegnate nella tutela dei diritti delle persone anziane e nella promozione dell’intergenerazionalità. La rete riunisce oltre 160 enti affiliati e può contare sull’impegno di circa 1.500 volontari distribuiti sul territorio nazionale.

Perché oggi parlare di “connessione sociale” significa affrontare una vera e propria questione pubblica?

La solitudine non è più un disagio privato, ma un fenomeno sociale e politico che attraversa tutte le fasce d’età. I dati mostrano un’Italia con 14,5 milioni di over 65, oltre 4,6 milioni di over 80 e un numero crescente di giovani che vivono forme di isolamento severo, fino ai casi di hikikomori. La disconnessione sociale produce effetti gravi: depressione, demenza, malattie cardiache e perfino aumento della mortalità. L’OMS ha dichiarato la disconnessione sociale “priorità di salute globale” dal 2025. In questo scenario, la connessione sociale diventa una infrastruttura essenziale per il benessere collettivo, non un tema marginale.

Quali sono gli elementi chiave di una strategia nazionale italiana per la connessione sociale?

La strategia deve essere trasformativa, non tecnica. Serve un priority action plan immediato che coordini politiche regionali, comunali e metropolitane, superando la frammentazione degli interventi. L’obiettivo è costruire un ecosistema di innovazione sociale che riconosca la solitudine come fenomeno pluridimensionale: psicologico, sociologico, pedagogico ed interdisciplinare. Ogni politica pubblica dovrebbe rispondere a una domanda semplice: questa decisione aumenta o riduce la capacità delle persone di costruire legami significativi?

Che ruolo avrebbero le reti associative avanzate del terzo settore in questa strategia?

Un ruolo decisivo. Le reti associative avanzate non sono solo erogatrici di servizi, ma produttori di beni relazionali e generatori di capitale sociale. Sono infrastrutture di prossimità capaci di intercettare precocemente l’isolamento, accompagnare le persone verso autonomia, cultura, inclusione e ascolto. Attraverso la co-progettazione prevista dal Codice del Terzo settore e dal nuovo piano sull’economia sociale diventano protagoniste della costruzione di legami, non semplici spettatrici. Sono loro a rendere possibile la nascita dei “social hub”, spazi fisici e digitali dove istituzioni, università, sindacati come la Uilp nostra promotrice e persone co-progettano soluzioni.

Quali innovazioni potrebbero rendere questa strategia realmente dirompente?

Quattro innovazioni emergono con forza: referenti di prossimità capaci di intercettare l’isolamento e accompagnare le persone verso percorsi di autonomia e inclusione; trasformare l’iperconnessione digitale in relazioni potenziate, usando reti neurali agentiche, piattaforme civiche e sistemi predittivi per prevenire l’isolamento invece di amplificarlo, un nuovo indicatore nazionale che non misura solo servizi, ma relazioni, partecipazione, autonomia e benessere e infine anche un dicastero dedicato leggero e strategico che integri la dimensione connessione sociale e contrasto alle solitudini trasversalmente in tutte le politiche pubbliche. Queste innovazioni permettono di tentare di restituire speranza e solidarietà a quanto oggi nel silenzio soffrono o sono esclusi. Una proposta per costruire un Paese più sano perché più connesso.

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