È probabilmente prematuro parlare di un vero e proprio dopoguerra, poiché il conflitto in Ucraina è ancora in corso, attraversa una fase di intensificazione delle operazioni convenzionali e continua a conservare un significativo potenziale di escalation sia verticale sia orizzontale. Tuttavia, se l’analisi viene spostata dal livello tattico a quello strategico, è possibile sostenere che la guerra abbia già prodotto le sue principali conseguenze geopolitiche.
L’esito fondamentale non riguarda tanto la definizione dei confini quanto la trasformazione dell’equilibrio europeo. Secondo John Mearsheimer, anche nello scenario più favorevole a Kiev, l’Ucraina uscirebbe dal conflitto profondamente indebolita: con infrastrutture devastate, una popolazione ridotta, la perdita di importanti aree industriali e di risorse strategiche, oltre alla concreta prospettiva di rimanere al di fuori della NATO.
La ricostruzione richiederà risorse finanziarie senza precedenti. Una cifra prossima ai mille miliardi di euro appare difficilmente sostenibile per qualsiasi attore occidentale, mentre la Cina rappresenterebbe l’unica potenza dotata della capacità economica necessaria. Ma il vero nodo non sarà quello finanziario, bensì quello strategico: investire in uno Stato destinato a rimanere permanentemente esposto alla competizione tra Russia e Occidente.
L’Ucraina rischia infatti di trasformarsi in uno Stato cuscinetto instabile. L’Unione Europea avrà interesse a consolidarne la capacità economica e istituzionale, favorendone l’integrazione nello spazio europeo. La Federazione Russa, al contrario, avrà un incentivo strategico a impedirne la piena stabilizzazione, mantenendola in una condizione di vulnerabilità politica, economica e istituzionale.
In questo contesto, i rapporti tra Bruxelles e Mosca saranno tossici e rimarranno caratterizzati da una competizione strutturale anche dopo la cessazione delle ostilità. Il confronto tenderà progressivamente a spostarsi dal piano militare convenzionale a quello della guerra ibrida, attraverso cyber warfare, operazioni di influenza, campagne di disinformazione e cognitive warfare. Di conseguenza, la resilienza cibernetica e cognitiva diventerà una componente essenziale della sicurezza nazionale degli Stati europei.
Secondo Mearsheimer, la guerra potrà concludersi soltanto quando Kiev riterrà insostenibile la prosecuzione del conflitto, configurando così una vittoria russa, forse non decisiva ma comunque sufficiente a consentire a Mosca di rivendicare il raggiungimento dei propri obiettivi strategici.
Sul versante occidentale, un simile esito aprirebbe inevitabilmente una fase di attribuzione reciproca delle responsabilità. Un’eventuale amministrazione Trump potrebbe accusare gli alleati europei di non aver investito adeguatamente nella propria difesa, rilanciando il dibattito sul ruolo della NATO. I governi europei, al contrario, potrebbero imputare agli Stati Uniti un progressivo disimpegno dalla sicurezza del continente e dal sostegno all’Ucraina.
Se questa interpretazione dovesse rivelarsi corretta, la conclusione della guerra coinciderebbe con l’apertura di una nuova fase di competizione geopolitica. L’indebolimento della coesione occidentale offrirebbe infatti alla Federazione Russa ampi margini per intensificare attività di influenza e operazioni clandestine volte ad amplificare le divisioni politiche, strategiche e sociali all’interno dell’Europa e dell’Alleanza Atlantica.
Non condivido integralmente le conclusioni di Mearsheimer. Tuttavia, ritengo che le sue tesi meritino di essere analizzate senza pregiudizi ideologici. Se il conflitto ha già prodotto i suoi principali effetti geopolitici, allora continuare a discutere esclusivamente dell’andamento delle operazioni militari rischia di far perdere di vista la questione fondamentale: quale ordine europeo emergerà dalla guerra.
È quindi necessario iniziare a ragionare sin d’ora sul dopoguerra. Non tanto sulla ricostruzione materiale dell’Ucraina, quanto sulla nuova architettura di sicurezza del continente, sulle future relazioni tra Europa e Russia, sulla natura del legame transatlantico e sulle forme che assumerà la competizione strategica nel nuovo contesto internazionale. La vera eredità della guerra potrebbe infatti non essere la ridefinizione dei confini ucraini, ma l’avvio di una nuova fase storica dell’Europa, nella quale la competizione geopolitica continuerà con strumenti diversi da quelli impiegati sul campo di battaglia.





