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Come osserviamo il cervello: dalle immagini ai neuroni

giovedì, 9 Luglio 2026
4 minuti di lettura

Se il Decennio del Cervello degli anni Novanta ha segnato l’inizio della grande rivoluzione delle neuroscienze, la vera svolta è stata resa possibile dagli strumenti. Per la prima volta nella storia, gli scienziati hanno potuto osservare il cervello vivente mentre svolgeva le sue funzioni. Per secoli il cervello era stato studiato soprattutto attraverso le autopsie o l’osservazione delle conseguenze provocate da malattie e lesioni. I neurologi riuscivano a dedurre le funzioni di alcune aree cerebrali dai deficit presentati dai pazienti, ma il cervello in azione restava sostanzialmente invisibile. L’avvento della tomografia assiale computerizzata (TAC) rappresentò un primo passo decisivo. Grazie ai raggi X elaborati da un computer, divenne possibile visualizzare tumori, emorragie e alterazioni strutturali senza dover ricorrere alla chirurgia. La risonanza magnetica (MRI) offrì immagini ancora più dettagliate e permise di studiare l’anatomia cerebrale con una precisione mai raggiunta prima. Ma la vera rivoluzione arrivò con la risonanza magnetica funzionale (fMRI), che consentì di osservare indirettamente quali regioni del cervello si attivano durante un compito, una lettura, una decisione o un’emozione. Accanto alla fMRI, la tomografia a emissione di positroni (PET) rese possibile studiare il metabolismo cerebrale e l’attività di particolari sistemi neurochimici, fornendo informazioni preziose sulle malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson. L’elettroencefalogramma (EEG), invece, permette di registrare direttamente l’attività elettrica cerebrale con una precisione temporale di pochi millisecondi. Grazie a esso è stato possibile approfondire i meccanismi del sonno, dell’epilessia e dei processi cognitivi. Tecniche ancora più sofisticate, come la magnetoencefalografia (MEG), consentono di rilevare i debolissimi campi magnetici prodotti dall’attività neuronale, mentre la microscopia avanzata e gli studi sul singolo neurone permettono di esplorare il cervello fino alla scala delle sinapsi.

Evoluzione dell’imaging cerebrale: dalla struttura al funzionamento

Negli ultimi decenni, le tecniche di imaging cerebrale hanno progressivamente ridotto la distanza tra ciò che possiamo osservare come “struttura” del cervello e ciò che possiamo inferire come “funzionamento” dinamico. Un elemento di svolta recente è rappresentato dall’integrazione dell’intelligenza artificiale. Tecniche di machine learning e deep learning hanno permesso di migliorare drasticamente l’analisi dei dati fMRI, riducendo il problema del rapporto segnale-rumore. In alcuni casi, algoritmi di pattern recognition sono stati in grado di “decodificare” stati mentali semplici, come identificare quale oggetto un soggetto stesse osservando, basandosi esclusivamente sull’attività distribuita nei voxel cerebrali.

Il cervello in numeri: complessità e consumo energetico

La stima oggi più accettata è di circa 86 miliardi di neuroni, valore consolidato dagli studi della neuroscienziata Suzana Herculano-Houzel nel 2009, che ha corretto la precedente stima approssimativa di 100 miliardi. Questa cifra, tuttavia, acquista senso solo se si considera la scala della connettività. Ogni neurone può stabilire da circa 1.000 a 10.000 sinapsi, portando il numero totale di connessioni cerebrali a una stima compresa tra 100 e 500 trilioni. Questo rende il cervello umano uno dei sistemi più complessi conosciuti. A fronte di questa complessità, il cervello è estremamente energivoro: pur rappresentando solo circa il 2% del peso corporeo, consuma circa il 20% dell’energia dell’organismo. Questo elevato costo metabolico è legato al mantenimento dei gradienti elettrochimici delle membrane neuronali e all’attività continua delle sinapsi. Un ulteriore elemento fondamentale è la velocità di trasmissione degli impulsi nervosi. I potenziali d’azione viaggiano a velocità molto variabili, da circa 0,5 m/s nelle fibre non mielinizzate fino a 120 m/s nelle fibre mielinizzate di grande diametro.

Il connettoma e la teoria della complessità

Il progetto Human Connectome Project ha contribuito a chiarire che il cervello non è organizzato in modo lineare o gerarchico semplice, ma come una rete complessa di tipo “small-world”, caratterizzata da un’elevata efficienza di connessione locale e globale. In questa prospettiva, la mente viene interpretata come un fenomeno emergente: coscienza, pensiero e funzioni cognitive superiori non sono riconducibili alla semplice somma delle attività dei singoli neuroni, ma emergono dalla particolare organizzazione delle connessioni. All’interno di questa rete esistono anche nodi ad alta centralità, detti hub cerebrali, come la corteccia cingolata posteriore o il precuneo, che svolgono un ruolo cruciale nell’integrazione dell’informazione. Il loro danneggiamento produce effetti sistemici molto più gravi rispetto a lesioni in aree periferiche, proprio perché interrompe la comunicazione globale della rete.

Dallo sviluppo alla complessità: come nasce una rete cerebrale

Una delle domande centrali delle neuroscienze è come un singolo zigote possa trasformarsi in una rete così complessa. La risposta si trova nell’interazione tra genetica, epigenetica e neuroplasticità. Durante lo sviluppo embrionale e fetale, la neurogenesi produce un’enorme quantità di neuroni e connessioni. Successivamente, attraverso un processo chiamato potatura sinaptica (pruning), il cervello elimina progressivamente le connessioni meno utilizzate. Questo significa che il cervello infantile possiede inizialmente molte più sinapsi rispetto a quello adulto: la maturazione cognitiva dipende non solo dalla formazione di nuove connessioni, ma soprattutto dalla selezione delle più efficienti. Infine, il genoma umano, composto da circa 20.000–25.000 geni, non è sufficiente a specificare ogni singola connessione neurale. Il DNA non “disegna” il cervello nei dettagli, ma fornisce piuttosto regole generali di auto-organizzazione. È l’interazione tra queste regole e l’esperienza ambientale a guidare la costruzione progressiva del connettoma. Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale è diventata uno strumento indispensabile per elaborare le immense quantità di dati generate dalle moderne tecniche di imaging. Le macchine aiutano gli scienziati a individuare pattern nascosti, ricostruire reti neurali e comprendere meglio la complessità del sistema nervoso. Tuttavia, osservare il cervello non significa ancora comprenderlo completamente. Possiamo vedere quali regioni si attivano durante una determinata attività, ma resta difficile capire come miliardi di neuroni riescano a coordinarsi per produrre percezioni, emozioni, pensieri e coscienza. Le immagini ci mostrano una geografia del cervello, ma non spiegano ancora pienamente la logica profonda con cui esso funziona. Ed è proprio questa domanda a condurci verso la tappa successiva del nostro viaggio: se oggi siamo capaci di osservare il cervello, come è organizzata la sua straordinaria architettura? E come fanno miliardi di neuroni a trasformarsi in una mente? Per rispondere, occorre scendere ancora più in profondità, fino alle cellule nervose e alle reti che esse formano.

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