L’Italia, il Paese in cui diventare genitori è un’eccezione. Ma il desiderio di avere figli non scompare

Il rapporto Censis “Essere genitori oggi” racconta una trasformazione profonda del Paese, in cui crollano le nascite, cresce il numero dei figli unici e la maternità arriva sempre più tardi. Ma la denatalità non significa necessariamente che gli italiani non desiderino più figli, piuttosto, che il desiderio di genitorialità deve oggi confrontarsi con ostacoli economici, lavorativi e culturali molto più forti che in passato. Quando quei figli arrivano, però, sono spesso il risultato di una scelta più consapevole e meno scontata di quanto non fosse per le generazioni precedenti
Leggi l'articolo

C’è un’immagine che racconta meglio di qualsiasi statistica il cambiamento dell’Italia, quella di un Paese in cui diventare genitori non rappresenta più una tappa naturale della vita, ma una scelta sempre più rara, complessa e rinviata. La fotografia scattata dal nuovo rapporto del Censis va oltre la semplice “emergenza natalità” e descrive una società che sta ridefinendo il significato stesso della famiglia.

Il crollo delle nascite e la trasformazione delle famiglie

Il dato più evidente è quello delle culle vuote. In trent’anni le nascite sono diminuite di oltre un terzo, passando da più di 526 mila nel 1995 a poco più di 355 mila nel 2025. Ma dietro questa lunga discesa non c’è soltanto l’inverno demografico. C’è un mutamento silenzioso, che ha cambiato la struttura della società italiana. Aumentano, cioè, le coppie senza figli, crescono le famiglie composte da una sola persona e, quando un figlio arriva sempre più spesso resta figlio unico.

È una trasformazione che il centro studi definisce ormai irreversibile. La figura del genitore perde centralità nella biografia degli italiani, non perché venga rifiutata apertamente, ma perché entra in competizione con molte altre possibilità di realizzazione personale come il lavoro, la stabilità economica, la ricerca di un equilibrio individuale. Oltre alla paura dell’incertezza.

La maternità sempre più tardiva e il calo dei matrimoni

Anche il tempo della maternità continua a spostarsi in avanti. L’età media del primo figlio ha ormai sfiorato i 32 anni, quattro in più rispetto agli anni Novanta. La conseguenza è quasi inevitabile: chi arriva tardi al primo figlio spesso rinuncia al secondo, non per scelta ma perché il tempo biologico, le energie o le condizioni economiche non lo consentono più. Non a caso, tra i genitori che vorrebbero allargare la famiglia, la maggioranza indica proprio l’età come il principale ostacolo.

Nel frattempo cambia anche il volto della famiglia italiana. I matrimoni continuano a diminuire e avere un figlio non coincide più necessariamente con il matrimonio. Oggi oltre quattro bambini su dieci nascono fuori dalle nozze. Un cambiamento che racconta quanto sia mutato il rapporto tra relazioni affettive, famiglia e genitorialità.

Le ragioni della denatalità: tra economia e incertezza

Il rapporto individua una pluralità di ragioni dietro la rinuncia ad avere figli. Ci sono quelle materiali tra cui il costo della casa, il lavoro precario, l’aumento delle spese quotidiane. Ma ci sono anche motivazioni più profonde. La percezione di vivere in un mondo instabile, attraversato da guerre, crisi economiche e trasformazioni tecnologiche, alimenta l’idea che mettere al mondo un figlio significhi assumersi una responsabilità enorme in un contesto sempre meno rassicurante.

Il punto di vista dei genitori: tra difficoltà e motivazione

Eppure, quando il Censis interroga chi genitore lo è già diventato emerge un quadro meno pessimista. La scelta di avere figli continua a essere motivata soprattutto dal desiderio di costruire una famiglia e dare forma a un progetto di vita condiviso. Per molti resta uno straordinario atto d’amore, molto più che un obbligo sociale.

Quello che cambia è il peso di questa scelta. Quasi otto genitori su dieci ritengono che oggi crescere un figlio sia più difficile rispetto al passato. Se vent’anni fa la preoccupazione principale riguardava il rapporto educativo con i figli, oggi il primo ostacolo è economico. Crescere un bambino significa sostenere un investimento continuo tra scuola, sport, corsi di lingua, attività extrascolastiche, esperienze formative. Non sono più percepite come opportunità facoltative, ma come condizioni necessarie per non lasciare indietro i propri figli.

È forse questo uno degli aspetti più interessanti messi in luce dal rapporto. La genitorialità contemporanea non pesa soltanto perché costa di più, ma perché richiede ai genitori di sentirsi costantemente all’altezza di aspettative sempre più elevate. Educare significa organizzare, programmare, investire, scegliere. E ogni scelta sembra poter determinare il futuro dei figli.

Ma allora perché si fanno ancora figli?

Ed è forse proprio qui che emerge l’aspetto più interessante del rapporto. Nonostante l’incertezza economica, il costo crescente della vita e le paure legate al futuro, la scelta di avere figli non scompare. Cambia semmai il suo significato. Se in passato la genitorialità era spesso percepita come una tappa quasi obbligata del percorso adulto, oggi appare sempre più come una decisione intenzionale, ponderata e profondamente personale.

Molti genitori intervistati dal Censis raccontano di aver avuto figli non per conformarsi a un modello sociale, ma per il desiderio di costruire un legame stabile, dare continuità alla propria storia familiare e condividere un progetto di vita con il partner. In un’epoca in cui le identità sono più mobili e i percorsi individuali meno prevedibili, il figlio viene spesso percepito come una delle poche esperienze capaci di creare un senso di durata e di appartenenza.

C’è poi una motivazione meno materiale, ma molto forte: l’idea di trasmettere qualcosa di sé. Valori, affetti, ricordi, esperienze. Per molti genitori la nascita di un figlio rappresenta la possibilità di lasciare un’impronta nel tempo, di sentirsi parte di una continuità che va oltre la dimensione individuale.

Il rapporto mette in luce anche un altro elemento. Chi sceglie di diventare genitore tende ad attribuire grande valore alla qualità delle relazioni. In una società sempre più frammentata e segnata dalla solitudine la famiglia viene vista da molti come uno spazio di protezione emotiva e di reciprocità, un luogo in cui costruire legami considerati più solidi e significativi.

Per questo la denatalità non significa necessariamente che gli italiani non desiderino più figli. Piuttosto, significa che il desiderio di genitorialità deve oggi confrontarsi con ostacoli economici, lavorativi e culturali molto più forti che in passato. Quando quei figli arrivano, però, sono spesso il risultato di una scelta più consapevole e meno scontata di quanto non fosse per le generazioni precedenti.

Leggi anche:

Cristina Calzecchi Onesti

Cristina Calzecchi Onesti

Giornalista ed esperta di comunicazione aziendale. Dopo esperienze in tutta la comunicazione, dagli uffici stampa alle Relazioni esterne, ai Rapporti istituzionali, per quasi dieci è stata assistente parlamentare, portavoce e spin doctor alla Camera e al Senato. Da sempre si occupa di politica, sociale, diritti civili e ambiente.

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Questo modulo raccoglie il tuo nome, la tua email e il tuo messaggio in modo da permetterci di tenere traccia dei commenti sul nostro sito. Per inviare il tuo commento, accetta il trattamento dei dati personali mettendo una spunta nel apposito checkbox sotto:

Potrebbero interessarti

“Una vita come tante”, il libro che continua a vendere milioni di copie

Dieci anni fa usciva il romanzo che ha scosso il…

“Una maschera color del cielo”.
Il dilemma dell’essere

Secondo Barbara Teresi, traduttrice dell’ultimo libro del romanziere palestinese Bassem…