L’intesa preliminare firmata a Washington tra Israele e Libano apre una nuova fase diplomatica, ma innesca anche una crisi interna libanese e riaccende la tensione con l’Iran. L’intesa, mediata dagli Stati Uniti, punta a “porre fine in modo definitivo al conflitto”, riconoscere la sovranità reciproca dei due Paesi e avviare negoziati bilaterali diretti con il sostegno americano. I punti centrali sono il ritiro israeliano da due zone pilota, affidate all’esercito libanese, e il disarmo dei gruppi armati non statali, a partire da Hezbollah.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha parlato di un “primo passo” verso pace e sicurezza durature. Il presidente libanese Joseph Aoun ha ringraziato l’amministrazione Trump e ha definito l’intesa “un primo passo sulla strada del ripristino della piena sovranità del Libano”. Anche Emirati Arabi Uniti e Germania hanno accolto favorevolmente l’accordo. Per il ministro degli Esteri tedesco Johann Wadephul, “dà speranza”, ma ora “tutto dipende dall’attuazione” e dalla capacità dello Stato libanese di garantire il monopolio della forza.
Hezbollah: “Accordo nullo”
La reazione di Hezbollah è stata immediata. Il leader del movimento sciita, Naim Qassem, ha definito l’accordo “un’umiliazione, una vergogna e una rinuncia alla sovranità” e lo ha dichiarato “nullo”. “Non abbiamo abbandonato il campo nelle circostanze più difficili e non lo abbandoneremo”, ha detto, avvertendo che legare il ritiro israeliano al disarmo della “resistenza” è “molto pericoloso” e “supera tutte le linee rosse”.Nella notte tra venerdì e sabato i sostenitori di Hezbollah hanno sfilato in motocicletta a Beirut, soprattutto nelle zone vicine al Parlamento e lungo la strada per l’aeroporto, bloccando almeno una via con pneumatici in fiamme. Il procuratore generale libanese ha ordinato misure per prevenire sommosse, attacchi a proprietà pubbliche e private e blocchi stradali. Il presidente del Parlamento Nabih Berri, leader di Amal e vicino a Hezbollah, ha avvertito del rischio di “sedizione”.
La tregua resta fragile
Sul terreno, la situazione resta instabile. Media libanesi hanno riferito di bombardamenti israeliani nella notte vicino a Markaba, a circa un chilometro e mezzo dal confine, e di una granata stordente sganciata da un drone israeliano nei pressi di un checkpoint dell’esercito libanese a Nabatiyeh el-Faouqa. Da Dubrovnik, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha detto che per il dopo Unifil servirà “un accordo multilaterale”, sotto l’Onu o l’Unione europea, altrimenti “si rischia di vanificare il lavoro”. L’Italia, ha ricordato, ha già un accordo bilaterale per la formazione delle forze armate libanesi.
Raid Usa, Teheran minaccia stop a colloqui
Intanto lo Stretto di Hormuz è tornato al centro dello scontro tra Washington e Teheran. Venerdì sera gli Stati Uniti hanno bombardato depositi iraniani di missili e droni e radar costieri, in risposta all’attacco attribuito all’Iran contro la nave commerciale M/V Ever Lovely, battente bandiera di Singapore. Il Centcom ha parlato di “risposta forte” a una “aggressione ingiustificata” che avrebbe violato il cessate il fuoco.
Il vicepresidente J.D. Vance ha scritto su X: “L’Iran ha firmato un accordo di cessate il fuoco. Noi lo abbiamo rispettato. Se hanno obiezioni, possono prendere il telefono e chiamare. Ma alla violenza risponderemo con la violenza”. Teheran accusa invece Washington di avere violato il memorandum d’intesa. I Pasdaran hanno annunciato attacchi contro obiettivi americani nella regione del Golfo e avvertito che, in caso di nuove azioni, la risposta sarà “più ampia”. Mohsen Rezaei, consigliere della Guida suprema, ha promesso una reazione “rapida e decisa” a ogni violazione. Secondo Iran Nuances, i negoziatori iraniani valutano lo stop ai colloqui tecnici con gli Stati Uniti previsti in Svizzera il 29 e 30 giugno.
Hormuz, droni e petrolio
La tensione si è estesa ad altri Paesi del Golfo. Il Bahrein ha denunciato di essere stato colpito da “diversi droni iraniani”, definendo l’azione una “flagrante violazione” della propria sovranità. Una petroliera, indicata dalla società britannica Vanguard Tech come la Kiku, battente bandiera panamense, è stata colpita nello Stretto da un proiettile non identificato: danni al ponte di comando, nessun ferito e nessun impatto ambientale segnalato. L’Onu ha chiesto una riapertura “duratura” di Hormuz e il rispetto degli impegni assunti. In Italia, il ministro Adolfo Urso ha convocato per martedì le principali compagnie petrolifere per fare il punto sui prezzi di carburanti e prodotti petroliferi dopo il riavvio parziale dei flussi commerciali nello Stretto.





