Gran Bretagna, Canada, Francia e Norvegia hanno annunciato nuove sanzioni coordinate contro reti israeliane accusate di finanziare, facilitare o compiere atti di violenza nella Cisgiordania occupata, in risposta all’escalation delle aggressioni da parte dei coloni. La decisione, allineata alle misure già adottate da Australia e Nuova Zelanda, riflette la crescente frustrazione di molti governi occidentali verso la politica del premier Benjamin Netanyahu, che continua ad ampliare gli insediamenti. Secondo i diplomatici, la violenza dei coloni mira a minare le prospettive di uno Stato palestinese. In una dichiarazione congiunta, i ministri degli Esteri dei quattro Paesi — insieme all’Australia — hanno affermato che le sanzioni intendono “ritenere responsabili i coloni estremisti per gli orribili livelli di violenza contro i civili palestinesi”.
Londra ha spiegato che il suo pacchetto mira a interrompere i flussi finanziari che hanno permesso ai gruppi più radicali di agire “impunemente”. Ottawa ha aggiunto restrizioni commerciali e il divieto per i cittadini canadesi di intrattenere rapporti con i soggetti designati. Parigi ha colpito direttamente figure di primo piano: il ministro degli Esteri Jean‑Noël Barrot ha annunciato il divieto d’ingresso in Francia per il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich, quattro leader di organizzazioni di coloni e 21 individui coinvolti in violenze documentate.
Il ministero degli Esteri israeliano ha definito le misure “un incoraggiamento all’antisemitismo”. Yisrael Ganz, capo del Consiglio di Yesha, ha spinto oltre, chiedendo lo smantellamento dell’Autorità Palestinese e un rafforzamento della sovranità israeliana sull’intera Cisgiordania. Tra le preoccupazioni principali dei Paesi sanzionatori c’è il progetto E1, un nuovo insediamento a est di Gerusalemme che dividerebbe in due la Cisgiordania, compromettendo la continuità territoriale necessaria a un futuro Stato palestinese.





