La guardia costiera di Taiwan ha annunciato di aver “espulso” diverse imbarcazioni cinesi entrate nelle acque riservate dell’isola, in un episodio che segna un nuovo picco di tensione nello Stretto di Taiwan. Secondo le autorità di Taipei, le navi — tra cui pescherecci e unità di sorveglianza — avrebbero violato le zone di competenza esclusiva taiwanese, costringendo le pattuglie locali a intervenire con manovre di avvertimento e ordini di allontanamento.
Il comando della guardia costiera ha precisato che l’operazione si è svolta “in conformità con il diritto internazionale e le leggi nazionali”, sottolineando che la presenza cinese nelle acque riservate è “una provocazione deliberata”. Le unità taiwanesi hanno utilizzato sirene, messaggi radio e segnali luminosi per intimare alle navi di lasciare la zona, evitando però qualsiasi contatto diretto.
Pechino non ha confermato l’incidente, ma fonti dei media statali hanno ribadito che “le acque intorno a Taiwan appartengono alla Cina”, riaffermando la posizione di sovranità che il governo cinese sostiene da decenni. Taipei, dal canto suo, ha risposto che la sicurezza marittima e la protezione delle risorse locali “non sono negoziabili”.
L’episodio arriva in un momento di crescente pressione militare e diplomatica: negli ultimi mesi, le incursioni aeree e navali cinesi si sono intensificate, mentre Taiwan rafforza la cooperazione con Stati Uniti e Giappone per garantire la libertà di navigazione. Gli analisti avvertono che anche piccoli incidenti come questo possono trasformarsi in crisi più ampie, soprattutto in assenza di canali di comunicazione diretti tra le due parti.
Per Taipei, l’intervento della guardia costiera è un segnale politico oltre che operativo: mostra la volontà di difendere ogni metro delle proprie acque e di non cedere alla pressione di Pechino. Ma nel delicato equilibrio dello Stretto, ogni gesto rischia di diventare un nuovo punto di attrito in una regione già al limite della tensione.





