Félicien Kabuga, considerato uno dei principali finanziatori e istigatori del genocidio ruandese del 1994, è morto in custodia all’età di 90 anni, ponendo fine a uno dei capitoli più lunghi e controversi della giustizia internazionale. Arrestato nel 2020 dopo oltre venticinque anni di latitanza, Kabuga era detenuto presso il meccanismo residuale dei tribunali penali dell’ONU, che lo stava processando per genocidio, crimini contro l’umanità e incitamento allo sterminio attraverso la propaganda radiofonica.
La sua morte arriva mentre il procedimento era già stato rallentato da problemi di salute che avevano portato i giudici a valutarne più volte la capacità di sostenere il processo. Kabuga, secondo gli atti dell’accusa, avrebbe utilizzato la sua ricchezza e la sua rete di contatti per finanziare le milizie Interahamwe e per sostenere la famigerata Radio Télévision Libre des Mille Collines, che incitò apertamente alla violenza contro la popolazione tutsi e gli hutu moderati.
Il genocidio costò la vita a circa 800.000 persone in poco più di tre mesi. La notizia della sua morte ha suscitato reazioni contrastanti. In Ruanda, molte associazioni di sopravvissuti hanno espresso frustrazione per il fatto che Kabuga non abbia affrontato una condanna definitiva, pur riconoscendo che il suo arresto aveva rappresentato un importante passo simbolico. Per altri, la sua scomparsa chiude una ferita aperta da decenni, anche se lascia irrisolti interrogativi sulla rete di protezioni che gli permise di sfuggire alla cattura per così tanto tempo.
Gli esperti di giustizia internazionale sottolineano che il caso Kabuga dimostra sia la tenacia dei meccanismi giudiziari dell’ONU sia i loro limiti strutturali, soprattutto quando gli imputati raggiungono età avanzate prima di essere assicurati alla giustizia. La sua morte non interrompe però il lavoro del tribunale, che continua a perseguire gli ultimi responsabili ancora in fuga.





