Ratko Mladic, l’ex comandante serbo‑bosniaco condannato all’ergastolo per genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ha presentato una nuova richiesta di rilascio anticipato sostenendo di trovarsi in condizioni di salute critiche. Secondo i suoi avvocati, l’ottantaduenne sarebbe “in punto di morte” e non più in grado di rimanere nella struttura detentiva dell’Aia dove sta scontando la pena per il massacro di Srebrenica e l’assedio di Sarajevo. La difesa parla di un quadro clinico gravemente compromesso, aggravato da anni di ipertensione e problemi cardiaci, e chiede che l’ex generale venga trasferito in Serbia per ricevere cure specialistiche.
La richiesta ha immediatamente riacceso tensioni politiche e memorie dolorose nei Balcani. Le associazioni delle vittime hanno definito l’istanza “un insulto alla giustizia”, ricordando che Mladic è stato riconosciuto responsabile dell’uccisione di oltre 8.000 uomini e ragazzi bosniaci musulmani nel luglio 1995, il più grave massacro in Europa dalla Seconda guerra mondiale. Per i familiari dei dispersi, l’idea di un suo ritorno in patria, anche solo per motivi medici, rappresenta un rischio e un affronto.
Il Meccanismo residuale delle Nazioni Unite, che gestisce le ultime fasi dei processi del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, ha confermato di aver ricevuto la richiesta ma non ha fornito indicazioni sui tempi della decisione. Fonti interne sottolineano che il rilascio per ragioni umanitarie è previsto solo in circostanze eccezionali e dopo verifiche mediche indipendenti.
Nel frattempo, a Belgrado, alcuni esponenti politici nazionalisti hanno rilanciato la narrazione del “vecchio eroe malato”, mentre in Bosnia la notizia ha provocato indignazione trasversale. Per molti, la battaglia legale di Mladic non è solo l’ultimo capitolo della sua vita, ma un test sulla capacità della giustizia internazionale di resistere alle pressioni politiche e mantenere intatta la memoria dei crimini commessi.





