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Guido Quici Presidente Cimo Fesmed

Sanità, CIMO-FESMED boccia il Ddl 1825: “Serve una riforma vera, non una delega generica”

I medici chiedono più risorse, integrazione tra ospedale e territorio e stop a modelli organizzativi frammentati. Critiche agli ospedali elettivi senza Pronto soccorso
mercoledì, 22 Aprile 2026
1 minuto di lettura

Una riforma necessaria, ma non così. La Federazione Cimo-Fesmed esprime un giudizio complessivamente critico sul Ddl n. 1825 sulla riorganizzazione dell’assistenza sanitaria, nel corso dell’audizione davanti alla Commissione Affari sociali del Senato. Nel sintetizzare le proprie proposte, il sindacato dei medici ha indicato alcune priorità: superare la frammentazione del Servizio sanitario nazionale, garantire finanziamenti adeguati, rafforzare concretamente l’assistenza territoriale e definire con maggiore chiarezza governance e risorse umane.

Serve un sistema integrato

Centrale anche la richiesta di una visione integrata del sistema, capace di mettere in rete ospedale e territorio, pubblico e privato, personale dipendente e convenzionato.
Pur riconoscendo l’urgenza di intervenire sull’assetto del sistema sanitario, il presidente Guido Quici ha sottolineato come il testo attuale non sia in grado di risolvere le criticità strutturali. Tra queste, spicca la persistente organizzazione “a silos”, che continua a ostacolare la continuità assistenziale e a penalizzare i pazienti.

Necessario un potenziamento reale

Il sindacato dei medici mette inoltre in guardia dal rischio di ripetere errori già visti: una revisione della rete ospedaliera non accompagnata da un reale potenziamento del territorio potrebbe tradursi in un ulteriore sovraccarico per ospedali e Pronto soccorso.
Tra i punti più controversi del provvedimento emergono l’eccessiva genericità della delega al Governo, la mancanza di coperture finanziarie certe e le incognite sulla sostenibilità organizzativa. A preoccupare è anche il possibile aumento della frammentazione con l’introduzione degli ospedali elettivi.

No a strutture senza pronto soccorso

Proprio su questo modello si concentra una delle critiche più nette: strutture prive di Pronto soccorso rischiano, secondo il sindacato, di compromettere la continuità delle cure, aumentare i trasferimenti dei pazienti e rendere meno attrattivo il lavoro nelle strutture di emergenza.
La riforma del Servizio sanitario nazionale”, evidenzia Quici, “deve essere affrontata con una visione integrata, garantendo risorse adeguate e superando l’attuale organizzazione a silos”.
Da qui la richiesta di una revisione sostanziale del testo, con interventi strutturali orientati a una maggiore equità nell’accesso alle cure. La Federazione si è comunque detta disponibile a fornire il proprio contributo tecnico nella fase di stesura dei decreti legislativi.

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