Il conto dell’energia arriva sempre dopo, ma quando arriva si vede. Eccome se si vede. Nei dati, nelle scelte delle famiglie, nei piani delle imprese. E questa volta inizia già a farsi sentire.Insomma, l’impatto del caro energia sull’economia italiana non è più una previsione, ma una dinamica già corso. È stato ieri il Centro Studi di Confindustria a descrivere un quadro che peggiora sotto la spinta delle tensioni internazionali, con effetti che si trasmettono lungo tutta la filiera economica. Prezzi elevati delle materie prime energetiche, rialzo dei tassi e aspettative in calo delineano uno scenario più fragile rispetto all’inizio dell’anno.
Famiglie e mercati
Il primo segnale arriva dalla fiducia delle famiglie. Il clima economico cambia e si riflette subito nei comportamenti. A febbraio le vendite al dettaglio registrano una flessione dello 0,2%, soprattutto per i beni alimentari, mentre a marzo gli acquisti di auto crescono appena dello 0,6%. Non sono numeri drammatici, ma indicano una maggiore cautela. Quando aumenta l’incertezza, la spesa rallenta e il risparmio tende a risalire, con effetti diretti sulla domanda interna. Anche i mercati finanziari cambiano direzione. I tassi sovrani tornano a salire dopo i minimi di fine febbraio. In Italia il rendimento passa dal 3,36% al 4,02% nel giro di un mese, mentre movimenti simili si registrano in Francia e Germania. Il credito per le imprese diventa più costoso: a febbraio il tasso si colloca al 3,33% e le attese indicano ulteriori aumenti, anche in vista di un possibile intervento della Banca centrale europea per contrastare l’inflazione, che nell’area euro è salita al 2,5%.
Nel sistema produttivo emergono segnali di rallentamento. L’industria mostra una crescita limitata, con un +0,1% a febbraio dopo il calo di gennaio. Il bilancio del trimestre resta negativo (-0,5%) e soprattutto peggiorano le aspettative sulla produzione. Una parte dell’attività è sostenuta dall’accumulo di scorte, una scelta legata al timore di ulteriori rincari piuttosto che a una domanda più forte.
Servizi
Anche i servizi, che avevano iniziato il 2026 con una dinamica positiva, registrano una frenata. A marzo l’indice Pmi scende a 48,8 da 52,3, segnalando una contrazione della domanda. La crescita del turismo internazionale non basta a sostenere il comparto in un contesto più incerto. Alla base di queste dinamiche c’è il costo dell’energia. Il prezzo del petrolio resta elevato, con una media di 102 dollari al barile ad aprile, sostenuto dalle tensioni in Medio Oriente. Il gas si attesta a 48 euro per megawattora, su livelli inferiori rispetto ai picchi ma ancora alti. Il cambio euro-dollaro, fermo a 1,16, non contribuisce ad attenuare l’impatto dei rincari per l’area europea.
Le conseguenze per le imprese risultano rilevanti. Le stime indicano un aumento della bolletta energetica tra 7 e 21 miliardi nel 2026, a seconda della durata del conflitto. In uno scenario più favorevole l’aggravio si attesterebbe intorno ai 7 miliardi. In caso di tensioni prolungate, il costo aggiuntivo potrebbe salire fino a 21 miliardi, con un’incidenza dei costi energetici sui costi totali fino al 7,6%, vicino ai livelli registrati nel 2022.
Altri costi
Accanto all’energia, le imprese segnalano aumenti nei costi di trasporto e delle materie prime, oltre a difficoltà legate alle esportazioni verso alcune aree coinvolte nel conflitto. Il tema dell’approvvigionamento, per ora meno urgente rispetto ai prezzi, può diventare più rilevante se le tensioni dovessero durare. In questo contesto gli investimenti rappresentano un elemento di tenuta. Nei primi tre mesi del 2026 gli indicatori mostrano stabilità, sostenuta dalle risorse del Pnrr. La fiducia delle imprese nei beni strumentali resta elevata e nel comparto delle costruzioni si registra un miglioramento legato alle attese sull’occupazione.





