Joseph Kabila rompe il silenzio e lancia uno dei moniti più duri degli ultimi anni: la Repubblica Democratica del Congo, avverte l’ex presidente, rischia una “sudanizzazione”, ovvero una deriva verso un conflitto frammentato, interminabile e fuori controllo, simile a quello che ha devastato il Sudan e più recentemente il Sudan del Sud. Le sue parole arrivano in un momento in cui l’est del Paese è nuovamente scosso da violenze, avanzate ribelli e tensioni politiche interne che mettono alla prova la tenuta dello Stato. Kabila denuncia una combinazione esplosiva: la moltiplicazione dei gruppi armati, l’ingerenza di potenze straniere e la debolezza delle istituzioni centrali.
Secondo l’ex capo di Stato, la RDC sta entrando in una fase in cui il conflitto non è più circoscritto a una regione o a un attore, ma si sta trasformando in una guerra a geometria variabile, con alleanze mutevoli e fronti che si aprono e si chiudono senza una logica apparente. Un quadro che ricorda da vicino la spirale sudanese, dove la frammentazione del potere ha reso impossibile qualsiasi stabilizzazione. Il riferimento non è casuale: negli ultimi mesi, l’offensiva del gruppo M23, il coinvolgimento del Ruanda e la crescente sfiducia verso la missione ONU hanno alimentato un clima di incertezza profonda.
Kabila accusa la comunità internazionale di aver “abbandonato” il Paese a un conflitto che rischia di travolgere l’intera regione dei Grandi Laghi, mentre invita il governo di Kinshasa a ricostruire un consenso nazionale che oggi appare fragile. Le sue dichiarazioni hanno riacceso il dibattito politico interno. Per alcuni, si tratta di un avvertimento lucido e necessario; per altri, di un tentativo di rientrare sulla scena sfruttando la crisi. Ma al di là delle interpretazioni, il messaggio è chiaro: la RDC si trova davanti a un bivio storico. Evitare la “sudanizzazione” significa rafforzare lo Stato, ricomporre le fratture interne e impedire che il conflitto diventi una guerra senza fine.





