In Italia le donne studiano di più, si laureano prima e con voti migliori. Eppure, quando si entra nel mondo della scienza e della tecnologia la loro presenza si assottiglia drasticamente. È il paradosso delle discipline STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics), un settore in crescita, centrale per l’innovazione, ma ancora segnato da un persistente divario di genere.
Secondo i dati più recenti Eurostat le studentesse rappresentano tra il 37% e il 39% degli iscritti ai corsi universitari STEM, una quota superiore alla media europea, ma ancora lontana dalla parità. Tuttavia, se si guarda al numero complessivo di laureati, emerge un quadro ben diverso. In Italia si contano 13,3 laureate STEM ogni 1.000 giovani, contro 19,4 uomini, un divario netto che conferma una minore partecipazione femminile già alla base del sistema. A dirlo sono i report di Openpolis 2024, che segnalano come il gap appaia ancora più evidente a livello europeo. A fronte di circa 21 laureati STEM ogni 1.000 giovani le donne sono solo 14,9, mentre gli uomini arrivano a 27,9.
Stereotipi precoci e scelte condizionate
Le radici del problema affondano già nell’infanzia. Numerose ricerche della Commissione europea (NESET 2022) mostrano come bambine e bambini interiorizzino presto ruoli e aspettative differenti. Le prime orientate verso attività artistiche e di cura, i secondi verso tecnologia e scienze. A chi verrebbe, infatti, in mente di regalare una bambola a un maschietto e il “piccolo chimico” a una femminuccia? Questo, poi, si riflette nelle scelte scolastiche, dove le ragazze tendono a preferire percorsi socio-sanitari, mentre i ragazzi si concentrano su quelli tecnici. Tra gli studenti con ottimi risultati in matematica, solo il 12,5% delle ragazze immagina una carriera STEM, contro il 26% dei ragazzi, un divario che dimostra come il problema nasca ben prima dell’università
Scuola e competenze, un divario che cresce
In Italia il sistema educativo non riesce ancora a colmare queste differenze. In molti Paesi europei le ragazze ottengono risultati uguali o superiori ai ragazzi in ambito scientifico, ma nel nostro è evidente lo svantaggio femminile, rendendoci il Paese più diseguale in Europa su questo fronte (INVALSI, Rapporto 2023). Le prove scolastiche evidenziano, inoltre, che il gap emerge già nei primi anni di studi. L’indagine OCSE PISA 2022, che valuta ogni tre anni le competenze dei quindicenni in lettura, matematica e scienze, rivela che le ragazze ottengono risultati migliori in italiano, mentre restano indietro in matematica.
E nonostante che le competenze digitali siano spesso adeguate o superiori le studentesse scelgono meno frequentemente percorsi legati all’informatica e all’ingegneria, confermando che il problema non è nelle capacità, ma nei condizionamenti culturali. Purtroppo a questo si intreccia ancora anche il fattore territoriale, perché nel Mezzogiorno si registrano livelli più bassi di competenze numeriche e maggiori disparità rispetto ai coetanei maschi, evidenziando una doppia penalizzazione, di genere e territoriale.
Lavoro e carriera sono il vero punto critico
E’ nel passaggio al lavoro che, poi, il divario esplode. Secondo il World Economic Forum, Global Gender Gap Report 2023 in Italia solo il 34,1% dei professionisti STEM è donna e la presenza femminile si riduce ulteriormente nei ruoli apicali. Le discipline scientifiche, inoltre, sono tra quelle che garantiscono salari più alti e maggiore stabilità. La minore partecipazione femminile contribuisce, quindi, ad ampliare anche il divario economico di genere, con effetti strutturali sull’intero mercato del lavoro.
Le scienziate dimenticate. L’effetto Matilda
A rendere ancora più evidente la dimensione culturale del problema è la storia stessa della scienza, costellata di contributi femminili spesso ignorati o sottovalutati, fenomeno noto come “effetto Matilda”. Con questo nome si indica il fenomeno per il quale, specialmente in campo scientifico, il risultato del lavoro di ricerca compiuto da una donna viene in tutto o in parte attribuito a un uomo. A coniarlo fu la storica della scienza Margaret W. Rossiter nel 1993, ispirata dal nome dell’attivista statunitense per il suffragio femminile Matilda Joslyn Gage, autrice di numerosi scritti filosofici e che per prima, a metà dell’Ottocento, denunciò il fenomeno.
Tra gli esempi più noti di talenti rimasti nascosti troviamo Rosalind Franklin, fondamentale nella scoperta della struttura del DNA; Lise Meitner, che contribuì alla scoperta della fissione nucleare senza essere inclusa nel Nobel; Ada Lovelace, prima programmatrice della storia, riconosciuta solo molti anni dopo; Katherine Johnson, che con le sue equazioni permise alla NASA di portare astronauti nello spazio, ma il cui lavoro divenne noto solo decenni dopo.
Il ruolo del PNRR e degli interventi educativi
Negli ultimi anni sono state avviate diverse iniziative per ridurre il gap. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza individua proprio nelle STEM uno degli assi strategici per la parità di genere, prevedendo interventi su larga scala, che hanno coinvolto almeno 2 milioni di studentesse, secondo i dati del MIUR sul PNRR. Accanto a queste misure si cerca di affiancare programmi educativi, progetti di mentoring e borse di studio dedicate, che mostrano segnali positivi, ma non ancora insufficienti a rimuovere i retaggi culturali ed educativi.
Un problema sistemico al quale va data una risposta collettiva
Il divario di genere nelle STEM non è solo una questione di equità, ma anche di sviluppo economico e innovazione. Ridurre questo gap significa ampliare il bacino di talenti e rendere il sistema più competitivo. Gli esperti concordano sulla necessità di un approccio integrato attraverso scuole più inclusive, un orientamento consapevole, modelli femminili visibili, politiche aziendali flessibili e incentivi pubblici mirati. Il cambiamento richiede tempo, ma i dati mostrano chiaramente che senza un intervento strutturale, si rischia che il paradosso italiano continui: tante donne formate, ma ancora troppo poche protagoniste nella scienza e nella tecnologia.
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